L’immagine del ritorno

atiqdi Atiq Rahimi (Einaudi)

La città di cui tutti parlano, e che tu hai nella tua immaginazione, è una città invisibile. Il desiderio è già un ricordo.

La città invisibile di Atiq Rahimi, nella storica citazione di Italo Calvino, è Kabul, bella e distrutta da guerre e battaglie, sconvolta e devastata nel profondo dalle continue invasioni, segnata nell’anima dei suoi abitanti dagli errori della pubblica opinione.

Dopo vent’anni di esilio, Atiq Rahimi ritorna a Kabul, il suo passato di esule si confonde con il passato della città, con i segni che la storia ha lasciato in essa. Le rovine di Kabul, la violenza che ha sfigurate le sue strade, sono state riprese dai più grandi fotografi, pubblicate a colori in libri e riviste, esposte in mostre dove la ricerca non aveva origini nel sentimento ma nell’estetica. Al contrario, Atiq vuole mostrarci il dolore, la sofferenza, il tormento di una città e di un popolo che, nonostante quello che ha dovuto subire, possiede ancora i frammenti della sua magica e antica bellezza.

Per ritrarre Kabul nell’intimo della sua tragedia, lo scrittore ha dovuto ricorrere ad uno strumento capace di fermare il tempo, o addirittura di retrocedere, di ricostruire le immagini presenti in un’atmosfera remota e trascorsa, come se l’oggi fosse ormai passato, e potessimo osservarlo dal futuro. Fotografata con una vecchia camera oscura, un apparecchio ben distante dalla nostra tecnologia digitale, Kabul, la città del nulla, si sdoppia e si ricompone, rivelandosi ai nostri occhi nel suo fascino antico, e in tutta la sua tragedia.

Il dolore appare nelle immagini come una presenza, nei volti, nei gesti, nelle rovine, nella polvere, l’atto stesso del fotografare implica un’immobilità assoluta, quasi un preludio della morte, e Kabul, città invisibile, desiderio e ricordo al contempo, rappresenta il luogo del ritorno da un esilio mai veramente finito, una fuga forzata e lacerante dalle proprie origini. Compagni di questo viaggio nell’anima della città, sono Italo Calvino e Roland Barthes.

Nato nel 1962 a Kabul, Atiq Rahimi fugge nel 1983, attraversa le montagne e raggiunge il Pakistan, rifugiandosi presso l’ambasciata francese, e si trasferisce a Parigi, dove lavora come regista. Vent’anni dopo, torna nella sua città, e fonda la Casa dello Scrittore. Il suo romanzo più celebre, Terra e cenere, racconta la storia di un luogo che, dalle invasioni sovietiche ad oggi, non ha mai finito di soffrire, di un popolo che incarna il desiderio di libertà, di rinascita e di giustizia. Ma che purtroppo, ancora oggi, nonostante tutto, rischia di venire distrutto dai giochi di potere del mondo.

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