Beirut. Storia di una città

beirutdi Samir Kassir (Einaudi, 2009)

Nato nel 1960 a Beirut da padre palestinese e madre siriana, Samir Kassir è stato uno storico, saggista, giornalista e attivista politico libanese. Giovanissimo, inizia a scrivere sul giornale del Partito Comunista, si trasferisce temporaneamente a Parigi per conseguire la laurea e il dottorato di ricerca in Storia moderna e contemporanea, e negli anni ’90 torna in Libano, dove riprende l’attività di giornalista accanto a quella di docente universitario.

Co-fondatore del movimento politico Sinistra Democratica, sostiene con convinzione la democratizzazione della Siria, la fine del controllo siriano sul Libano e la causa palestinese, ed è uno dei maggiori attivisti nelle manifestazioni antisiriane seguite all’assassinio del primo ministro Hariri. Il 2 giugno del 2005, Samir Kassir viene a sua volta assassinato.

Raccontata da Kassir, Beirut è una città aperta, moderna, orientale e occidentalizzata, cristiana e musulmana al contempo, innovatrice ma legata alla sua antica storia, che ha visto succedersi regni e invasioni di diversa provenienza, spesso esposta alla guerra ma ricca di una sua cultura geniale e policroma, di scrittori e di artisti, di contrasti e di eccessi.

Idealizzata nell’immaginario collettivo come il luogo della felicità e della natura lussureggiante, la Beirut del primo Novecento diviene il centro di un giro d’affari ben più ampio dei confini libanesi, irresistibile attrattiva dei paesi arabi confinanti per i quali rappresenta l’Occidente più vicino e semplice da raggiungere, oltre che un sicuro rifugio per esuli e intellettuali. Un’armonia che verrà spezzata dapprima nel 1967, con il divampare della guerra dei Sei Giorni, e successivamente nei quindici anni di guerra civile: tragedie che trasformeranno il paese in uno dei primi scenari bellici televisivi.

Ma, secondo Kassir, Beirut dovrà ritornare ad essere quello che era, la metropoli araba mediterranea la cui singolarità è il cosmopolitismo, il pluralismo di culture e pensieri che la rende differente da Il Cairo o da Damasco, poiché malgrado una guerra che ha provocano oltre 130mila morti, la natura di questa città unica non è cambiata, e dovrà ritrovare la propria identità non nel fanatismo e nell’intolleranza, ma nella democrazia e in quella ricchezza interiore che da sempre la distungue.

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