Il museo dell’innocenza

pamukdi Orhan Pamuk (Einaudi, 2009)

Gli oggetti illuminati dalla pallida luce della luna, parevano quasi sospesi nell’aria e, proprio come gli atomi di Aristotele, ognuno di essi corrispondeva ad un istante indivisibile di tempo.

Esattamente come Orhan Pamuk, anche il suo alter ego letterario Kemal ama le stanze silenziose e adombrate dei musei e, nel momento in cui l’unico e struggente amore della sua vita si dissolve per sempre, decide di farlo ritornare in vita narrandone la storia e rendendone testimonianza proprio con un museo dove siano custoditi tutti quegli oggetti che lo rappresentano, frammenti di tempo unici e irripetibili. Dedicato alla bellissima Fusun, il museo somiglierà un po’, forse, al Bagatti Valsecchi di Milano, con la sua settecentesca e decadente eleganza, mentre per ricostruire la storia di questo amore splendido e drammatico, l’io narrante Kemal si rivolge personalmente al premio Nobel Orhan Pamuk trasformandolo in un personaggio del romanzo, e insinuando in noi lettori il dubbio che, in verità, si tratti della stessa persona.

E’ questo Il museo dell’innocenza, l’ultima opera del grande narratore turco, la storia di una passione profonda e devastante ritratta in tutte le sue più impercettibili sfumature, dall’amore, all’eros, alla nostalgia, alla tristezza, all’ossessione quasi maniacale del ricordo.

Kemal, trentenne di famiglia altolocata, sta per fidanzarsi con l’altrettanto ricca Sibel e, per acquistarle un regalo, entra casualmente nel negozio dove lavora la bellissima diciottenne Fusun. La passione tra i due divampa immediata e travolgente in un intreccio dalle forti componenti erotiche, reso pericoloso e intrigante dalle leggi morali della Turchia dell’epoca e dalla differenza di età e di estrazione sociale tra i due. Trasgressivo e tradizionalista al contempo, indubbiamente innamorato ma, forse inconsciamente, opportunista, Kemal non è disposto a sacrificare alcuna delle due storie che sta vivendo, vuole il matrimonio ufficiale, la moglie ricca, le feste di alta società, ma anche l’amante povera, bella e appassionata, e la sensualità degli incontri clandestini in un appartamento vuoto.

Ma Fusun non scherza, e nel momento in cui Kemal si fidanza con un lussuoso ricevimento, scompare dalla sua vita lasciandolo prigioniero di una nostalgia irriducibile e di una passione lacerante che lo porterà a ritirarsi dalla società e dal lavoro e a sciogliere il fidanzamento. Quando, a distanza di anni, ritroverà l’amante perduta, conscio dell’impossibilità di ricostruire un amore che lui stesso ha distrutto, trasformerà il suo impeto nel lungo corteggiamento verso una donna ormai irraggiungibile, collezionando per otto anni tutti quegli oggetti, apparentemente inutili, passati tra le mani di lei: orecchini, fermagli per capelli, apriscatole, soprammobili, mutandine, stoviglie, biglietti del cinema, un’infinità di attimi divenuti materia e fermati per sempre.

Il Museo dell’Innocenza, dimora di questi oggetti, prende così forma nel lungo dialogo tra Kemal e lo scrittore, che si prende il difficile incarico di mutarlo in racconto. Kemal morirà nel Grand Hotel et de Milan, di fronte al Bagatti Valsecchi. Una storia appassionante, colma di quella malinconia tipica di Instanbul e di Pamuk, ma anche il ritratto di una terra frantumata tra oriente e occidente, tra tradizione e modernità.

Advertisements

Comments are closed.