Sankhara

Scanned Imagedi Giancarlo Narciso (Fazi)

Non amava le montagne. Erano una delle due cose che più detestava al mondo.

Scrittore atipico e, dicono, itinerante, Giancarlo Narciso, che è nato a Milano e vive un po’ ovunque, è capace di tenervi avvinti alle sue pagine per ore, senza che vi rendiate conto dello scorrere del tempo.

Sankhara, pubblicato nel 2002 da Fazi, può essere difficile da reperire in libreria, ma si trova in biblioteca, o presso l’editore. Io ho avuto la fortuna di trovarlo con il bookcrossing. L’uomo che odia le montagne è Bruno Moroni detto Butch, ex medico veterinario trasformatosi, un po’ per sorte avversa e un po’ per orgoglio di categoria, in investigatore privato, costretto a lasciare le nebbie milanesi in direzione, appunto, dei monti di Rovereto a causa di un ingaggio del quale egli diffida nonostante un’apparenza relativamente semplice: la richiesta da parte di un primario dell’ospedale locale di porre fine all’irriverenza di un concittadino il quale, a suo dire, lo perseguita da tempo, attentando alla sua vita professionale e morale.

L’intimidatore in questione è Goffredo Nardelli, personaggio intellettualmente complesso, carismatico e vagamente misterioso, viaggiatore, scrittore, filosofo, leader spirituale, e politico, di un gruppo situato all’incrocio tra zen, tao e new age, e il motivo della sua avversione verso il medico è la morte di una bambina, avvenuta anni prima in ospedale, in circostanze abbastanza sospette e mai chiarite, nemmeno dopo regolare processo.

Fino a questo punto, la suspance si mantiene entro certi limiti, ma nel momento in cui Goffredo Nardelli, misteriosamente e senza palesi motivi, viene assassinato, ha inizio per Butch un’avventura al limite della tensione e del rischio in un complicato intrecciarsi di crimini e sentimenti, dal traffico di farmaci, alla contraffazione di referti medici, all’intrigo politico, alle relazioni sentimentali tanto ambigue e pericolose da divenire letali. La storia si svolge in una decina di giorni, contrassegnati dagli esagrammi dell’I’Ching e dai loro inquietanti messaggi, raccontata in una terza persona che ha il tono di un io narrante interiore, di un monologo intimo e quasi confidenziale, ricco di un appena percepibile ritmo letterario/musicale e di sottili contrappunti di ironia. Bruno è uno di quei personaggi che dispiace davvero dover lasciare all’ultima pagina, e che un po’ ci rimane dentro. A differenza dei protagonisti del brivido angloamericano, come Mike Hammer o gli eroi di Hammett e Chandler, questo malinconico e sfuggente detective “per caso” dimostra un romanticismo d’altri tempi, una gentilezza d’animo a tratti ingenua, un’estrema forza ma anche un’inflessibile lealtà: non cede al compromesso, non si arrende, non eccede nella violenza nè nell’avventura sessuale. Anche il suo breve e sfocato idillio con la dolce Sigrid, collabotrice di Goffredo, rimane sospeso nell’aria, nell’incertezza dei sensi di colpa, in una nostalgica atmosfera di desideri mai realizzatisi.

Il finale ovviamente è a sorpresa o, per meglio dire, a doppia sorpresa, poiché il lettore, inconsciamente, ne avrebbe previsto o voluto un altro. Ma del resto, il romanzo gioca molto sull’inconscio, non solo dei protagonisti ma anche dei lettori. Un’osservazione personale: in ogni pagina, non saprei dire se voluta dall’autore o meno, traspare una sorta di distaccata e conradiana tristezza, lieve ma persistente. Può essere un caso, una mia impressione o l’effetto dei paesaggi invernali del Trentino, ma l’emozione è vera, trascinante. Bellissimo.

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