Kaputt

curzio-malaparte-kaputtdi Curzio Malaparte (Adelphi)

Eh, ma anche a Napoli abbiamo fatto la lotta alle mosche, anzi, abbiamo fatto addirittura la guerra alle mosche. Son tre anni che facciamo la guerra alle mosche”.
“E allora, come mai ci sono ancora tante mosche, a Napoli?”
“Eh, che volete, signore: hanno vinto le mosche!”.

… Hanno paura di tutto e di tutti, ammazzano e distruggono per paura. La loro crudeltà è fatta di paura. Vittime di questa paura folle al punto da trasformarsi in distruttori spietati, in assassini crudeli, in freddi artefici del genocidio, sono i tedeschi, questo strano popolo che reca in sè il romanticismo perverso ed estremo di Werther e di Siegfried. Il termine Kaputt, ci ricorda Curzio Malaparte in apertura di questa straordinaria opera, deriva dall’ebraico kopparoth, il cui significato è, appunto, vittima. E in questa guerra che ha spezzato il Novecento riducendolo in frantumi, le vittime non si contano: uomini, soldati, bambini, animali, persino macchine e congegni meccanici.

Corrispondente di guerra dal 1941 al 1943 per il Corriere della Sera, Curzio Malaparte racconta l’esperienza drammatica e sconvolgente vissuta in quegli anni, con il limpido tratto dell’esteta e la magnificenza del grande narratore. Attraverso la sua cronaca, la guerra diviene visione, sogno, evocazione, simbolo, passando in secondo piano e non comparendo mai direttamente sulla scena, ma rimanendo sempre una presenza costante, oscura e spaventosa. Nelle stanze del Principe Eugenio di Stoccolma, alle riunioni mondane di Hans Frank, nei salotti dei diplomatici europei con Westmann, De Foxa, Franz Watcher, o nel breve incontro con la figlia di Guglielmo II, il grande scrittore ritrae la guerra nei suoi particolari di margine, nei rumori di fondo distanti dalle trincee, e il risultato è terrificante.

Lungo cinque capitoli che portano il nome di animali, cavalli, topi, cani, uccelli, renne e mosche, la ferocia di questa guerra inconcludente si delinea ai nostri occhi in una cupa atmosfera dantesca ora violenta, ora struggente, ora colma di poetica dolcezza. Dai cavalli del Ladoga che, resi pazzi dal fuoco, si gettano nel lago dove restano imprigionati a causa dell’improvviso congelarsi della acque, trasformati per sempre in una macabra opera d’arte, ai cani kamikaze dei villaggi russi che si lanciano correndo, affamati e folli, contro i carri armati tedeschi, ai bambini del ghetto ebraico, quei bambini che non camminano perché hanno le ali, bambini-topi che scivolano attraverso le fogne in cerca di cibo, disperati abitanti di una città sovraffollata di morti, agli uccelli russi, colorati e bellissimi, gli uccelli dell’Ucraina che non smettono mai di cantare, temerari e spavaldi, alle renne del nord, che attraversano la notte in lunghe file con un rumore di nacchere evocante i balli sensuali dell’Andalusia, alle mosche di Napoli, quelle mosche che hanno vinta la guerra…

La scrittura di Malaparte è geniale, ricca di acuta ironia, di una satira politica spesso incompresa, un gioco ad incastri tra realtà e finzione che sfiora il grottesco, come nell’incontro con Himmler in una sauna finlandese, o nell’assurda e inequa lotta di un generale tedesco contro un irriducibile e sfuggente salmone. A volte il pathos prende il sopravvento, e colma la scena di una tristezza dalle tinte gotiche: i cadaveri dei deportati di Jassy, che fuoriescono dalle carrozze del treno merci con una furia paurosamente umana, seppellendo il console italiano giunto troppo tardi in loro aiuto, le ragazze del bordello di Soroca, prigioniere di guerra raccolte nei campi, divertimento di soldati e ufficiali per 20 giorni e mandate poi a morire chissà dove, i venti chili di occhi umani che gli ustascia dell’est europa mandano in dono al loro capo, l’ostinazione del ragazzino russo, combattente giovane e coraggioso, ritratto di una nazione la cui meccanica perfetta è stata smontata poco a poco…

Un trattato storico splendido, dove non mancano le considerazioni verso un’Italia ridotta in schiavitù e passata da un padrone all’altro, ma che sembra ancora risorgere, verso la fine, proprio nei meandri di Napoli, nel suo profumo inebriante di mare, scoprendo con gioia che il sangue di San Gennaro è ancora intatto, al suo posto di sempre, e la guerra non l’ha neppure sfiorato. Un capolavoro.

Scrittore, giornalista e diplomatico, Kurt Erich Suckert nasce in Toscana nel 1898. Oltre a Kaputt, è famoso per il romanzo La pelle, anch’esso legato alle cronache di guerra ed in parte autobiografico. Lo scrittore muore a roma nel 1957.

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