Grido di pietra

MESSNER_grido di pietra copia--150x189di Reinhold Messner (Corbaccio)

Rifletti: non avere ottenuto ciò che si desidera può essere una grande fortuna.

Così ci avverte, nella sua immensa saggezza, il Dalai Lama, citato da Reinhold Messner, nome certamente più noto per le molteplici ascensioni oltre 8000 che per le escursioni letterarie, ma leggendolo lo troverete sorprendente, e capace di trascinare i lettori con uno stile limpido e non troppo tecnico verso luoghi splendidi e quasi irraggiungibili. Ovviamente non saprei dire se l’intenzione di Messner, alpinista e scrittore, sia quella di rivolgersi ad un pubblico di arrampicatori estremi o di topi di biblioteca, ma poiché li sa incantare entrambi, mi piace pensare che ad entrambi si rivolga.

Protagonista indiscusso del Grido di Pietra è il Cerro Torre, la montagna impossibile della Patagonia, sogno, incubo e follia di intere generazioni di alpinisti, una spettacolare guglia di roccia alta poco più di 3000 metri e considerata quasi inaccessibile poiché, da qualunque via si affronti, implica una salita di almeno 800 metri in verticale, ora su roccia e ora su ghiaccio, con un clima imprevedibilmente violento e variabile: una meraviglia naturale che i tentativi di conquista hanno reso leggendaria. Leggenda che è costata la vita all’esperto di ghiacciai austriaco Toni Egger, purtroppo dimenticato da molti, a cui Reinhold Messner rende finalmente giustizia dedicando questo libro.

Toni Egger ha poco più di 30 anni quando intraprende la salita al Torre insieme all’arrampicatore dolomitico Cesare Maestri, personaggio enigmatico e contradditorio di natura, con l’appoggio morale del reduce dell’Aconcagua Cesarino Fava. Un’impresa voluta da Maestri in parte per personale aspirazione all’impossibile, in parte per reazione all’essere stato escluso da Ardito Desio dal gruppo diretto al K2, di cui è invece parte Walter Bonatti.

L’avventura di Egger e Maestri ha un esito tragico e inspiegabile: dopo un’ascensione in situazioni di estremo pericolo i due, sorpresi dal maltempo, iniziano la discesa, e con essa il dramma: una slavina trascina con sè Egger, mentre Maestri, resosi conto che all’altro capo della corda ormai vi è solo il vuoto, viene ritrovato da Cesarino Fava in stato confusionale, semisepolto nella neve. La mancanza di diretti testimoni rende impossibile una precisa ricostruzione sia dell’evento che dell’incidente, scatenando un succedersi di fantasiose polemiche contro l’unica versione, quella di Maestri, il quale afferma di essere giunto a pochi metri dalla sommità del Torre piantando chiodi con un perforatore a mano, dei quali peraltro non verrà trovata traccia nelle successive spedizioni. Istrionico e combattivo, Maestri nel 1970 riattacca il Torre armato di trapano elettrico e compressore, arrivando questa volta appena sotto la perenne copertura di ghiaccio della guglia ma, in un gesto fortemente provocatorio, lascia il compressore appeso all’ultimo chiodo e spacca tutti gli altri durante la discesa, aprendo comunque una via che verrà ripetuta più volte.

Ricostruendo, attraverso interviste e testimonianze, una storia avvincente come un romanzo criminale e sconvolgente come uno psico dramma, Messner, ci rivela come nel 1959, Maestri ed Egger non sarebbero mai stati tecnicamente in grado di affrontare le impervie pareti del Torre fino alla vetta, ma la sua non è affatto una critica o un’accusa nei confronti di Maestri, che ha sempre considerato un eroe, piuttosto la controprova che le condizioni atmosferiche, lo stato di choc e la mancanza di strumenti precisi, avrebbero contribuito a convincere Maestri stesso di essere salito più di quanto fosse umanamente possibile all’epoca.

Secondo Messner, che non è mai salito sul Torre, per Maestri ed Egger, i cui resti compariranno a distanza di anni, è come se il tempo si fosse fermato è come se fossero rimasti là entrambi. Come se continuassero ad arrampicare… lungo placche di granito lisce, sul ghiaccio verticale, in giornate di bufera, da settimane, da mesi, da decenni. E’ bello pensare che sia così, che essi rimarranno in eterno a montare la guardia a questa eccezionale bellezza della natura alla quale, in fondo, come ricorda l’autore, poco importa chi l’abbia conquistata per primo.

Noi comuni lettori, lasciandoci guidare da Reinhold Messner, abbiamo la possibilità di conoscere questa montagna nella struttura e nello spirito, di incontrare coloro che hanno contribuito a renderla grande, e di rendere omaggio ad una persona straordinaria, scomparsa tra le rocce e il cielo, come se avesse preso il volo.

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