Gimpel l'idiota

gimpelinewgdi Isaac B. Singer (TEA)

Sono Gimpel l’Idiota, ma non credo di essere stupido. Anzi. Però i compaesani mi chiamano così.

Isaac Bashevis Singer, premio Nobel per la letteratura nel 1978, nasce a Radzymin nel 1904, inizia a scrivere racconti intorno ai 20 anni scegliendo l’yiddish come lingua letteraria, e pubblica il suo primo romanzo Satana a Goray nel 1935. In seguito raggiunge il fratello Israel, scrittore e giornalista già affermato, negli Stati Uniti, mentre i suoi famigliari rimasti in Polonia non sopravviveranno allo sterminio nazista. Testimone di un popolo e di una cultura totalmente annientati, egli prosegue a scrivere rigorosamente in yiddish ogni sua opera, traducendola successivamente in inglese. Il romanzo che segna il suo successo americano è La famiglia Moskat, pubblicato nel 1950 e dedicato alla memoria di Israel Joshua Singer.

L’yiddish di Singer non è semplicemente una lingua, ma un modo di essere e di vivere, il ritratto di un intero mondo racchiuso in quella stanza dove il futuro scrittore ascoltava i racconti della madre, storie di angeli, demoni e folletti, e dove aveva sede la corte rabbinica presieduta dal padre. Un mondo dove le ferree leggi della religione rendono proibito, e per questo allettante, tutto quanto si trova oltre le mura dell’osservanza. Negli Stati Uniti il successo non è immediato, e si manifesta soprattutto dopo la pubblicazione della raccolta di racconti Gimpel l’idiota, tradotti con entusiasmo da Saul Bellow, anch’esso storico esponente della letteratura americana di matrice ebraica. Isaac Bashevis Singer muore nel 1991 a Miami.

I racconti, scritti da un Singer quarantacinquenne ma eternamente nostalgico del proprio paese, possiedono i colori forti del retaggio culturale dell’autore, vicende fantastiche, personaggi sorprendenti, dramma, fiaba e magia confusi in un mondo dove il destino segue irrevocabilmente il proprio corso. Immancabili, i simboli della tradizione ebraica e della leggenda hassidica, frammisti a sentimenti forti, emozioni intense, intrecci passionali talvolta torbidi e ambigui. Voci, luoghi e credenze popolari danno vita a creature immaginarie e allegoriche, demoni, rabbini, maestri di Cabala, assassini, donne ammaliatrici e conturbanti.

Gimpel, il protagonista della storia che dà il titolo alla raccolta, l’idiota del villaggio, un giovane alto e forte ma semplice e ingenuo, è una sorta di Forrest Gump ebreo, non è affatto stupido, ma la sua estrema trasparenza, la sua naturale tendenza alla verità e la sua innata innocenza, lo rendono agli occhi degli altri un oggetto di scherno, un personaggio grottesco e ridicolo con il quale suscitare l’ilarità e il divertimento del paese. Orfano e solo, egli non acquisisce quella furbizia che la sua situazione difficile esigerebbe, ma allo stesso tempo non sta allo scherzo, non si piega alle leggi della collettività e, malgrado tutto, conserva un animo puro, una bellezza interiore rara e incompresa.

Vagabondo, poeta errante e senza fissa dimora, egli nonostante tutto trova il coraggio di vivere a modo suo, nelle sue disavventure scopre che gran parte della vita è falsità ma che esistono anche persone oneste, buone e disposte ad aiutarlo. E infine, nel lungo sogno che è la morte, trova finalmente la certezza di essere capito e accolto proprio per quello che egli è. Una fiaba, forse, ma anche un magnifico e attuale ritratto della natura umana.

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