I gladiatori

di Arthur Koestler (Net)

In verità, il neonato erompe all’istante in suoni e gesti veementi, che sembrano esprimere tristezza e disperazione; e viceversa il vecchio prossimo alla morte è sopraffatto da una felice sicurezza di sè e da un’illusoria sensazione di forza. Questo può essere il motivo dell’opinione da parte di tanti che Vita e Morte, prima che si alternino nel dominio sull’uomo, debbano innanzitutto pagare un estremo tributo l’una all’altra.

Questo è ciò che scriverà l’avvocato Fulvio pochi giorni prima di morire sulla croce, straordinario cronista di una rivoluzione nata con le più alte speranze e naufragata nella disfatta.

Arthur Koestler, il grande scrittore ungherese che rese nota la repressione stalinista, non necessita di presentazioni, e lo avete già incontrato su queste pagine con Buio a mezzogiorno, una delle sue opere più note e sconvolgenti. Scritto a breve distanza di tempo, I Gladiatori non è, come precisa l’autore nella postfazione,  un romanzo storico, ma piuttosto l’analisi di una società che, sia pure lontana nel tempo, è posseduta dagli stessi problemi e contraddizioni della contemporaneità.

In una Roma sommersa dalla corruzione, dai compromessi, dal favoritismo, decadente e ridicola nel suo nostalgico desiderio di mondanità, fallita nel contesto economico e militare a causa di errori strategici e conflitti interni, ridotta a palesare una supremazia politica ormai labile e farsesca, i gladiatori dell’impresario Lentulo, attrazione principale di uno spettacolo ancora capace di attrarre l’alta società, stanchi di vivere in schiavitù con l’unica prospettiva di una morte pubblica e violenta, inaspettatamente si ribellano.

Nelle ore precedenti allo spettacolo, il trace Spartaco, il celta Crixo, e una cinquantina di compagni, fuggono dalla scuola dei gladiatori, tra la rabbia dell’impresario e la delusione del pubblico pagante, alla riconquista di una libertà a loro negata, inaugurando sulle strade dell’impero romano una lunga stagione di sangue. Condannati ad una sorte che li avrebbe visti combattere l’uno contro l’altro nell’arena, Crixo e Spartaco perseguono con mezzi diversi lo stesso ideale, il primo taciturno e solitario, ambiguo e sfuggente, incline alla violenza, ai piaceri fisici e primordiali, il secondo riflessivo, romantico, saggio e razionale tanto da conquistarsi il titolo di imperator e da ideare quella che potremmo definire un’eccellente strategia di marketing.

La notizia dei gladiatori in fuga si diffonde in tutto l’impero, Spartaco diviene l’angelo liberatore di schiavi, servitori, lavoratori a giornata, braccianti e oppressi di ogni sorta che si aggregano chilometro dopo chilometro e, tra saccheggi e occupazioni, si trasformano in un’entità considerevole di cui Roma, ormai, ha timore. Con l’abilità di un militare, il pragmatismo di un uomo d’affari e il carisma di un capo di stato, Spartaco riesce incredibilmente a frenare gli eccessi sanguinari, a costituire un esercito capace di fronteggiare i contingenti romani, un piccolo regno viaggiante sotto il simbolo delle catene spezzate, un popolo eterogeneo unito alla ricerca del luogo dove fondare la Città del Sole, una sorta di utopia socialista d’epoca romana.

Ma, come avverrà successivamenti in altre epoche, è un’utopia destinata a fallire. Dopo aver costruita la città, arrivando persino a stringere alleanze diplomatiche, Spartaco vede il suo popolo, finito l’entusiasmo iniziale, degenerare lentamente. Tra gli abitanti della Città del Sole nascono contrasti, invidie, ribellioni, non hanno più un padrone ma sono costretti a lavorare, vivono in stato di all’erta a causa dell’odio romano, restano sempre e comunque poveri. Qualcuno rimpiange la vita da servitore, altri vorrebbero seguire Crixo e tornare in Gallia o nella terra da cui sono stati deportati. L’unione si spezza, il sogno fallisce, e l’esercito di Spartaco, disunito dalle contraddizioni, non appare più tanto imbattibile come sembrava.

Il popolo dei fuggiaschi, frantumatosi, è costretto a riprendere la via della fuga. Crixo parte con la metà del gruppo, Spartaco si chiede la ragione del proprio fallimento, ma in fondo non è difficile da capire: nel momento in cui la Città del Sole acquisisce un potere effettivo ogni ideale decade, e il regno dell’utopia diviene vittima delle stesse debolezze di Roma. Nonostante tutto Spartaco non si arrende, non cede alle richieste di resa di Crasso, addirittura negli ultimi giorni di resistenza si riunisce a Crixo, e il gruppo sembra ritrovare l’antico spirito di fratellanza, si lancia in battaglia con una temerarietà al contempo letale, eroica e suicida. Morto in battaglia Spartaco, la marcia di rientro di Crasso verso Roma si svolge contro il macabro sfondo dei superstiti, crocifissi lungo la strada.

Koestler non si è soffermato troppo sui particolari storici, ma ha saputo magistralmente ritrarre i pensieri dei protagonisti: speranza, passione, odio, paura, invidia, brama di potere, tristezza, desiderio. Indimenticabili le figure di Spartaco e dell’esseno con cui si intrattiene spesso a discorrere, dell’avvocato Fulvio, del retore Zozimo. Un capolavoro.

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