La scomparsa di Israele

di Alessandro Schwed (Mondadori)

Sospinta da una lieve brezza, l’isola accosta l’orizzonte. Israele se ne va.

Alessandro Schwed, scrittore totalmente anarchico e fuori da ogni possibile definizione, deriva da uno straordiario mix tra Firenze, Torino e l’Europa dell’Est. E’ maggiormente noto ai lettori con il nome di Giga Melik, con il quale ha firmato romanzi in equilibrio tra l’ironia, il surrealismo, la commedia e il dramma.

Dietro la prima impressione di un’irrealtà assurda e comica, La scomparsa di Israele rivela una profonda e drammatica malinconia. La lettera con cui l’io narrante, un giornalista fiorentino ultraottantenne, si rivolge al padre prima di tornare a rendere omaggio ad un’Israele ormai inesistente, è colma di una struggente nostalgia, stemperata nelle pagine successive dove gli articoli pubblicati trentasette anni prima sui giornali del mondo ricostruiscono la fine voluta di un paese, e ne costituiscono l’essenza della memoria.

La decisione, regolarmente votata dal governo, di “smontare” e chiudere per sempre Israele come fosse una fabbrica dismessa, appare di un’inverosimiltà grottesca e macabra, ma lascia quasi insinuare un senso di remota possibilità. Annoiati da anni di lotta e contestazioni, delusi da aspettative mai realizzatesi, disincantati da sogni e ideali distrutti in un vortice di guerra, violenza e lavoro, gli israeliani traslocano e lasciano per sempre la terra promessa, restituendola all’unica, incontrastabile legge della natura.

Diffusa dalla stampa, la notizia provoca più sconvolgimento di una guerra mondiale. La visione di un’intera nazione disassemblata e abbandonata con una fretta quasi entusiastica, città e spiagge svuotate, negozi chiusi per sempre, l’esercito svanito nel nulla, gli abitanti impegnati a fare le valigie e ad avviarsi verso un esodo volontario e forse desiderato, lasciano senza parole il mondo intero, e consentono ai più intraprendenti di costruire atipiche forme di business.

Armatori di navi da pesca si trasformano in traghettatori al servizio degli israeliani che lasciano il paese, una misteriosa organizzazione comandata da un enigmatico Coreano si aggira nelle ore notturne per le città deserte alla ricerca di qualsiasi oggetto rimasto senza proprietario ma ancora utilizzabile, dai televisori, ai divani, agli ulivi. Gli animali domestici, cani o serpenti, si aggirano liberi e selvaggi, la natura, priva di ostacoli, riprende il sopravvento e lentamente, quella nazione che era stata tra le più tecnologiche e progredite, ritorna ad essere foresta, roccia e deserto, un’entità pericolosa e inquietante.

L’evento viene raccontato dall’allora giovane reporter italiano, che nel suo vagare tra appartamenti svuotati e negozi chiusi, incontra famiglie sopravvissute alla persecuzione e allo sterminio, che hanno vissuto cinque guerre e che ora impacchettano il possibile e partono. Incontra, qualche anno più tardi, l’unico ex israeliano che ha scelto di vivere solo in un paese dai contorni ormai invisibili, leggendo e ascoltando musica nella biblioteca dell’università di Haifa, ma dopo aver raccontato la propria storia, decide a sua volta di lasciare quel luogo per sempre. Attraversa il valico di una barriera ormai inutile per recarsi nella striscia di Gaza, silenziosa e semideserta, dove i palestinesi contemplano a distanza, malinconici, il vuoto rimasto oltreconfine, senza permettersi di invadere quella terra che prima bramavano, privati anch’essi di sogni e speranze. Tra essi incontra l’ultracentenaria Aisha e il nipote Amin, custodi di un segreto millenario e risalente ad un tempo antico, in cui regnavano la pace e la bellezza.

Gli anni sono passati, e il nostro cronista torna a salutare per l’ultima volta quella terra dimenticata, affidando al vento, come ricordo, i giornali che ne celebravano l’abbandono. A questo punto, dai confini con l’Egitto, la Giordania, il Libano, i Territori, dapprima filtra un tenue rivolo d’acqua, poi, improvviso, erompe il mare e Israele, finalmente, prende il largo e se ne va.

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