Le due vite di Laila

di J.M.G. Le Clézio (Il Saggiatore)

Adesso sono libera, tutto può cominciare. Come il mio illustre antenato Bilal, lo schiavo che il Profeta ha liberato e buttato nel mondo, sono finalmente uscita dall’età della famiglia, ed entro in quella dell’amore.

Jean Marie Gustave Le Clézio, nato a Nizza nel 1940 ed esordito come scrittore con il romanzo Le procès verbal a soli 23 anni, è a mio parere uno dei Nobel letterari più meritati, e non a caso è stato definito negli anni Ottanta come il più grande scrittore vivente in lingua francese. Le sue storie lasciano sempre un segno in chiunque le legga, con la sua scrittura essenziale, desertica, a tratti vagamente onirica, così simile ai paesaggi da lui descritti, narra il destino di personaggi dall’esistenza difficile e spesso alla ricerca delle proprie origini, rendendoci partecipi dei loro pensieri e dei loro sentimenti.

Le Clézio ha vissuto un po’ ovunque, ed è forse uno dei motivi per cui è in grado di costruire un ritratto definito fin nel profondo delle persone e dei luoghi in cui esse si muovono. Il suo insolito percorso letterario è percepibile nella sua opera sia attraverso il continuo soffermarsi sulla bellezza e sull’unicità della natura, sia nelle ricorrenti citazioni filosofiche, sia nell’ostinata ricerca di armonia tra l’essere umano e il mondo in cui vive.

Ne Le due vite di Laila ritroviamo in parte l’atmosfera nordafricana di Deserto. Protagonista e io narrante, Laila non sa nulla del proprio passato, ella è stata rapita ancora bambina e venduta come schiava a Lalla Asma, un’anziana signora ebrea che l’accoglie come fosse una figlia, insegnandole il francese, lo spagnolo, la matematica, e la religione: la sua, dove Dio non può avere nome, e quella di Laila, dove si chiama Allah.

Dopo la morte di Lalla Asma, la vita di Laila diviene un continuo fuggire, incontrare, lasciare, ritornare e fuggire di nuovo, e il mondo, ai suoi occhi, appare splendido, misterioso e terribile al contempo. Raggiunta la Francia insieme ad altri di clandestini, Laila vive dove capita, incontra talvolta persone che l’aiutano con disinteressata amicizia, ma anche personaggi perversi e privi di scrupoli, che l’attirano in trappola con l’unico intento di servirsi di lei per i più squallidi motivi.

Ingenua e fragile nel lasciarsi sedurre da sentimenti non sempre sinceri, ma intimamente forte, indipendente e determinata, Laila è capace, nonostante tutto, di progredire, di imparare ogni giorno, di acquisire da ogni incontro e da ogni esperienza qualcosa di nuovo e di importante. Nella sua vita, peraltro avventurosa, non mancano le esperienze tragiche, la violenza e l’inganno, ma neanche il rapporto con persone straordinarie, come l’anziano e cieco El Hadj, che le racconta la sua gioventù trascorsa lungo le rive del fiume Senegal e che, alla sua morte, le lascerà in eredità il passaporto dell’unica nipote perduta da tempo, o la cantante Simone, sfortunata nel suo destino d’artista e di donna, ma capace di aprire a Laila le porte del mondo della musica.

Lasciata la Francia per gli Stati Uniti, Laila conosce la differenza tra amore e passione, si ritrova in fin di vita, abbandonata sulle porte di un ospedale, dal quale uscirà diversa, apatica e distante, vivendo per un certo periodo da nomade, tra centri commerciali, strade e dormitori. Poi, un giorno, come d’incanto, la musica ricompare nella sua mente, divenendo la sua salvezza. Dalle note del pianoforte davanti al quale, quasi senza rendersene conto, ella si trova di nuovo seduta, intraprende il viaggio che la porterà verso le proprie radici, fino a quella terra di roccia e di sabbia alla quale ella, finalmente, sente di essere parte.

Advertisements

Comments are closed.