Canto del popolo yiddish messo a morte

di Itzak Katzenelson (Mondadori)
tradotto da Erri De Luca

Ho visto. Ora lasciatemi, non mi chiedete niente.
Cosa? Non mi chiedete quando e dove.
Vi scongiuro: non cercate nient’altro, non ascoltate niente di via Mila.
[…]
C’è stato un popolo, c’è stato, e ora non esiste più.

Nel campo di concentramento francese di Vittel è il 1943 quando Itzak Katzenelson, poeta e drammaturgo nato in Bielorussia e vissuto a Lodz, inizia a scrivere in segreto Dos lid fun oysgehargetn yidish folk, poema epico in 15 canti dalla struttura rigorosa e dalla metrica impeccabile, con la fragile speranza di poter lasciare almeno un segno prima della completa distruzione. E’ consapevole di essere sfuggito alla deportazione, insieme al figlio Zvi, già troppe volte, ha visto Varsavia resistere e bruciare, sa perfettamente dove è diretto il treno in cui sono scomparsi la moglie e i due figli più piccoli.

Aiutato con ogni mezzo a sopravvivere, come accadde ad altri poeti, per raccontare un orrore quasi impossibile da credere vero, Itzak Katzenelson elabora il poema nel pensiero, lo ricostruisce a memoria in pochi mesi, riesce a chiuderlo in tre bottiglie e a seppellirlo poco prima di essere rispedito in Polonia e deportato ad Auschwitz. L’opera che, quasi miracolosamente, egli porta a termine è di una bellezza spaventosa, il terrore della verità appare cristallizzato nella straordinaria forza evocativa dei versi, in 15 canti dove, in un crescendo di angoscia e disperazione, è ritratto in tutte le sue fasi il perverso meccanismo della Shoah, dall’invasione tedesca, al rogo di Varsavia, all’annientamento totale di un popolo la cui splendente vivacità lascia posto solo al vuoto e al silenzio.

Come ogni poema epico, si apre con una voce che chiede al poeta di cantare il canto degli ultimi yidn sul suolo d’Europa, e prosegue, canto dopo canto, trascinando il lettore in un abisso di tragedia e di morte. A differenza di Levi, Celan o altri poeti dello sterminio, la poesia di Katzenelson non è ricordo, non è Memoria, ma è testimonianza diretta, vissuta nel triplice ruolo di poeta, cronista e vittima, la sua voce non è rassegnazione ma dolore rabbioso, radicato ad una tenace ma inutile volontà di sopravvivere.

Mostrati a me, popolo mio, egli invoca, ma ormai questo popolo yiddish è stato privato della possibilità di mostrarsi, non ha più volto, non ha più occhi, non ha più voce, si è trasformato in una muta inconsistenza che risale dalle fosse comuni stracolme, strato su strato, intrise di calce e bruciate, e ancora da Treblinka, da Sovibor, dalle paludi, dal fango e infine, orribilmente, dalla polvere e dai pezzi di sapone.

I vagoni partono e tornano vuoti, incessantemente, ne vogliono ancora, a Varsavia il ghetto in fiamme brucia, e i cieli assistono indifferenti al massacro, il loro azzurro inutile e sfrontato non si è velato neanche di una nuvola.

Voi non avete un Dio grida il poeta a questi cieli vacui e remoti.

Itzak Katzenelsen porta a termine questo canto di morte nel gennaio 1944, per morire egli stesso sotto il cielo primaverile di Auschwitz. Il poema viene ritrovato nel 1945 con l’aiuto di Miriam Novitch, deportata insieme al poeta e sopravvissuta, e pubblicato nello stesso anno in Francia.

L’annientamento dell’ebraismo europeo, come ormai tutti sappiamo, non è una conseguenza di una guerra peraltro assurda, ma è violenza allo stato puro, e la Polonia, ebraica in alta percentuale, viene totalmente sconvolta, frantumata dai ghetti e umiliata dai campi di sterminio. Nonostante tutto, la resistenza si organizza, cerca di strappare ogni attimo di sopravvivenza, e grazie ai suoi protagonisti possiamo leggere anche questi versi. In Italia, il poema di Itzak Katzenelson viene pubblicato la prima volta da La Giuntina con il titolo di Canto del popolo ebraico massacrato. Questa recente edizione di Mondadori è tradotta dallo scrittore e poeta Erri De Luca, che ha scelto di lasciare intatti i termini yid e yiddish, così come li aveva voluti l’autore.

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