Liberazione

di Sandor Marai (Adelphi)

Ora le cose cambieranno… Tra poco i russi saranno qui”.

Questo è ciò di cui si illude ancora Erzsebet, 25 anni, mentre, rinchiusa in una cantina insieme ad altre centoquaranta persone, sotto una Budapest assediata dai sovietici, bombardata dagli americani e ancora tormentata dalla violenza di tedeschi e fascisti, attende l’arrivo dell’Armata Rossa, e con essa di quella liberazione in cui qualcuno ancora crede.

Sandor Marai, una delle voci più illustri della letteratura ungherese, ha scritto Liberazione nel 1945, mentre viveva in prima persona l’orrore della guerra in una città dilaniata e colpita da due fuochi. Nella sua visione, la guerra non appare come un semplice evento storico, una lotta dove alla fine vi sono vincitori e vinti, ma assume tutta la sua tragica distruttività, rivela tutto il suo folle potere di stravolgere luoghi, vite e destini, riducendo tutto ad una primordiale lotta per la sopravvivenza.

La resa tedesca è ormai prossima, l’esercito sovietico è alle porte della città quando, la vigilia di Natale, Erzsebet, che da mesi vive sotto falsa identità, trova un nuovo nascondiglio per il padre, un celebre astronomo ricercato dai fascisti per aver rifiutato di aderire alla loro causa. Insieme ad altre cinque persone, l’anziano scienziato, abituato ad osservare le stelle, viene murato in una piccolissima intercapedine, mentre lei scende nello scantinato dove, in una promiscuità disgustosa, tra rabbia, paura, angoscia, spera nell’arrivo di quel misterioso esercito sovietico, ugualmente ambito e temuto, di cui tutti parlano ma che nessuno ha mai visto. All’esterno, per le strade di una città ridotta in frantumi, le ultime bande di fascisti, selvaggi e allucinati, si aggirano alla ricerca delle ultime possibili vittime.

La guerra non potrà durare in eterno, deve avere una fine, pensa Erzsebet, e con questa fine tutto cambierà, ma i compagni tra cui dorme, un anziano professore invalido e una ragazza scampata alle deportazioni, le insegnano come la sofferenza sia inutile, poiché non rafforza i sentimenti ma, al contrario, li soffoca, e non cambierà nulla perchè la guerra può avere una fine, ma l’odio non finisce mai, e la liberazione, in realtà, rimarrà un’utopia, un miraggio breve e inconsistente.

Quando la liberazione arriva, si presenta ad Erzsebet sulla porta dello scantinato nelle sembianze di un giovane soldato bolscevico che accetta i gesti di amicizia della ragazza ma, quasi fosse un’ovvia conseguenza del suo arrivo, pretende di possederla. Lei non proverà rabbia, ma solo delusione, disgusto, e un vago rimpianto per lui, quando poi lo rivedrà, morto, sulla scena di Budapest liberata, disperato amante di una donna ormai resa poco desiderabile dalla guerra.

A quanto pare sono libera, ripeterà dentro di sè mentre cammina in quello che ormai è solo il fantasma di una città, tra macerie, vetri infranti e cadaveri, contemplando con disincanto il risultato del duplice terrore, nazista e sovietico, rendendosi conto di come la guerra non sia mai finita, ma abbia soltanto mutato forma e aspetto, e di come quest’Armata Rossa liberatrice abbia già imposto il suo prezzo.

La scrittura di Sandor Marai è diretta, coinvolgente, ricca di sensazioni forti, frammenti, scene che scorrono talvolta rapide, talvolta congelate in lunghe descrizioni, in analisi profonde, dettagliate e psicologiche, di ogni sentimento, paura, emozione, desiderio, materializzando la guerra in qualcosa di vivo, non limitato ai campi di battaglia ma esteso in ogni spirito. E, incombente, sullo sfondo compare la visione quasi profetica del destino di Budapest dopo l’arrivo dell’Armata Rossa.

Sándor Károly Henrik Grosschmid de Mára, poeta, scrittore e drammaturgo noto ai lettori come Sandor Marai, nasce nel 1945 in un’area dell’Impero Astroungarico oggi appartenente alla Slovacchia. Antifascista, ma ugualmente critico verso il regime comunista, fu uno dei primi recensori di Kafka, e ottenne un discreto successo negli anni Trenta. Costretto a fuggire dall’Ungheria nel 1948, visse tra Stati Uniti e Italia. Le sue opere più celebri, Terra, Terra!… e Diario, raccontano la guerra come l’ha vista e vissuta egli stesso. Sandor Marai muore suicida nel 1989, pochi mesi prima della caduta del Muro.

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