Nei giardini d’acqua

di Alan Drew (Piemme)

Ogni corpo era disteso su una barella, coperto con un lenzuolo azzurro da cui sporgevano solo i piedi: scarpe nere maschili lucide come specchi, pantofole rosa, dita nude con lo smalto rosso. “Non abbiamo trovato nessuno vivo tutto il giorno”.

E invece, forse per miracolo, forse per destino, o forse grazie all’altruismo di un’altra persona che, al contrario, non ne uscirà viva, il piccolo Ismail, 9 anni, dopo tre giorni verrà tratto in salvo illeso dalle macerie di un’Instanbul distrutta, nello spirito e nelle mura, dal terremoto.

Nei giardini d’acqua, primo romanzo di Alan Drewpresentato al Salone di Torino, ha qualcosa di autobiografico nel riprendere i ricordi dello scrittore, nato in California e vissuto tra Europa, Asia e Medio Oriente, quando, trasferitosi ad Instanbul dove insegnerà letteratura inglese per 3 anni, vi giunge insieme alla moglie proprio quattro giorni prima del devastante terremoto avvenuto nel 1999.

Nonostante l’intreccio drammatico e romantico al contempo e gli elementi tipici della fiction, ancora una volta Instanbul appare nella sua ricchezza profonda e contrastata, la Turchia si delinea nelle sue infinite contraddizioni di un paese ugualmente attratto e ostile verso il mondo e le abitudini occidentali, e i personaggi, psicologicamente complicati, frammentati da sentimenti conflittuali, ne sono il più realistico dei ritratti. Nel romanzo di Alan Drew, il terremoto acquista un valore elevato e simbolico, non solo distrugge palazzi e monumenti, ma mette alla prova e stravolge certezze e convinzioni, costringe i sopravvissuti all’enorme difficoltà del cambiamento, genera o forse rivela sentimenti, paure e tensioni.

Il protagonista più significativo è Sinan, il padre di Ismail, ferreo nelle tradizioni, nella fede e nell’osservanza religiosa, orgoglioso della sua origine curda sebbene questa lo renda vittima di un’ingiusta discriminazione, irriducibile nostalgico verso un paese e un’identità in parte andati persi, che all’improvviso viene messo alla prova da un inconsueto succedersi di eventi, costretto a misurarsi tra l’odio e la riconoscenza verso quello che considera il peggior nemico, l’Occidente, rappresentato da Marcus, americano, e dalla sua famiglia, i nuovi vicini di casa che sconvolgeranno doppiamente la sua vita.

Dapprima, è Irem, la figlia adolescente di Sinan, a sconvolgerlo con il suo amore, forte e corrisposto, per il coetaneo Dylan, figlio di Marcus, dimostrando la passione di due innamorati diversi ma simili nei simboli delle loro opposte culture, poi, violento e imprevedibile, sarà il terremoto a rendere giustizia a queste disumane differenze, poiché Ismail, sepolto vivo per tre giorni, sopravviverà anche grazie all’aiuto della moglie di Marcus, in una sorta di sacrificio in cui lei riesce ad aiutare il bambino a resistere, ma non ce la farà a sua volta.

Un intrecciarsi di destini singolare, ma non impossibile, per dimostrare come sia inutile fare distinzioni, classificare gli esseri umani per origine o appartenenza, perché se Irem, divisa tra l’amore di donna e di figlia, si renderà conto che non solo Dylan ma anche la gente di Instanbul è differente da lei, così Sinan, infine, dovrà ammettere che esistono americani come Marcus e sua moglie, diversi da quelli che armarono i turchi per uccidere la sua gente, diversi da quelli che insieme alla solidarietà portano ai terremotati un’inutile propaganda religiosa.
Un romanzo ricco di colpi di scena, ma di grande attualità.

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