Hitler

di Giuseppe Genna (Mondadori)

Basta che esista un solo giusto perché il mondo meriti di essere creato.
Sii il maledetto, non colui che maledice.

Con questa inquietatante citazione talmudica termina quello che, a mio parere, è uno dei più anomali e sconvolgenti romanzi italiani del 2008.

Come, del resto, anomalo è sconvolgente è il suo autore Giuseppe Genna, nato nel 1969 a Milano, esordito dapprima nell’ambito poetico, dove si addentra a seguito dell’incontro con Antonio Porta. Successivamente, dopo aver lavorato nel settore comunicazione per la Camera dei Deputati e sugli atti della Commissione Stragi, traduce queste sue esperienze, e le conoscenze acquisite nel contesto criminologico, in una serie di thrillers a sfondo poetico/filosofico, tra i quali Nel nome di Ishmael, che varrebbe veramente la pena di leggere, ottiene un notevole successo soprattutto all’estero.

La sua scrittura, non semplice da affrontare, si discosta dai generi letterari classici del Novecento, trascendendo sia il romanzo borghese, sia la fiction, sia il romanzo storico attraverso un complicato mix di tecniche e di contenuti che si estendono dalla metafisica, al misticismo, alle simbologie alchemiche, all’allegoria.

I risultati, come è avvenuto per Hitler, sono sorprendenti. Considerate se questo è un uomo, ci avverte, minaccioso, Primo Levi, ancor prima che questo romanzo, il primo romanzo che sia mai stato scritto su Hitler, abbia inizio, obbligandoci a notare come questa definizione suoni ancora più perfetta quando rivolta non verso le sue vittime, ma verso Hitler stesso, ed a chiederci se, effettivamente, questo personaggio dalle origini oscure e dalla mente contorta, degno di una trama horror, sia un uomo.

Storicamente, Genna si riferisce alla biografia classica del cancelliere del III Reich, a Joachim Fest e agli altri che hanno ricostruito la vita di un protagonista, sia pur negativo, del Novecento, soddisfando quella curiosità quasi fanatica spesso destata da questo tipo di persone. Lo scrittore non ha modificato nè arricchito con particolari fantasiosi una storia che possiede già per sua natura tutte le ambiguità di un romanzo gotico, non ha ampliato le ipotesi politiche già elaborate in passato, non ha enfatizzato il sogno della Germania nazista nè ha ridotta la sua equivoca grandezza.

La vita di Hitler ci scorre davanti, in oltre seicento pagine, suddivisa in brevi spazi cronologici, dalla sua nascita, ai traumi dell’infanzia, al fallimento della carriera artistica, alle disavventure della prima guerra mondiale, all’inaspettata ascesa politica, e così via, fino al suicidio, in un ritratto che appare decostruito, smontato in blocchi tanto autentici quanto inauditi, rivelando come al suo interno non vi sia altro se non il vuoto, e come questo vuoto abbia causato morte e distruzione.

La scrittura di Genna è forte, eccessiva, cattura i lettori con un ritmo tagliente, ossessivo, un succedersi di frasi brevi e impressionanti, apparentemente profonde proprio come il mito del Fuhrer, ma volutamente prive di contenuto, ricordando, nella loro cadenza drammatica e inconsistente, i discorsi di Hitler stesso, quelle performances trionfali di cui egli arrivava a stupirsi mentre, alternando ira e accondiscendenza, si rendeva conto di aver conquistata, parola dopo parola, la Germania.

Lo stile glaciale di Genna restituisce ai crimini di Hitler tutto il loro orrore. Babi Yar, ci ricorda lo scrittore, non è una città, è una fossa, dove nel corso di interminabili giorni cadono trentatremilasettecentosessantuno vittime di una persecuzione assurda e maniacale, un numero già elevato ma destinato ad incrementarsi a dismisura, nella realizzazione di quella che verrà chiamata la soluzione definitiva.

Osservata dall’esterno, con razionalità e senza entusiasmo, la grandezza di Hitler appare letale ma insignificante, la sua immagine carismatica si decompone fino a dimostrarsi un pretesto, il vacuo prodotto di una cultura sbagliata, di un progresso che sacrifica i propri valori e idolatra la tecnologia, e qui lo scrittore lancia il suo messaggio, connettendo la guerra, la bomba atomica, il razzismo tedesco e americano ai simboli del capitalismo occidentale, ad una corsa al potere di cui purtroppo anche Hitler e la sua follia, sono parte.

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