Instanbul

di Orhan Pamuk (Einaudi)

Mi piace molto Flaubert perché ha prestato attenzione alle forme dei fumi delle navi e le ha descritte nell’incipit del suo romanzo intitolato L’educazione sentimentale (che amo anche per altri motivi). Questa frase, che ho scritto per cambiare discorso, potrebbe essere definita ara taksim, come si usa nella musica ottomana tradizionale: significa intermezzo ed è solo strumentale. 

Premio Nobel per la letteratura 2006, Orhan Pamuk, nato ad Instanbul nel 1952, ci accompagna nelle pagine di questa splendida opera in un affascinante viaggio lungo il corso della storia e lungo le strade della sua città, costruendo un articolato percorso di immagini, riflessi, visioni, sogni, disegni, emozioni, parole in cui la sua stessa vita si unisce al magico incanto di Instanbul.

Con lo sguardo appassionato del poeta, del sognatore e del letterato, Orhan Pamuk ripercorre la sua stessa storia come un gioco di specchi, di ombre e di luci, dove la meravigliosa città affacciata lungo lo stretto del Bosforo diventa il luogo dell’amore, degli incontri, dei grandi scrittori che l’hanno percorsa, e la sua malinconica bellezza porta con sè il ricordo della tragica disgregazione di un grande impero, e del conflitto incessante tra il desiderio di Occidente, la nostalgia del passato e la ricerca di una propria identità.

Instanbul appare splendida e struggente nel suo profilo dove i minareti si elevano al cielo, nei suoi sobborghi rovinosi e deserti, nelle vecchie case di legno, nei vicoli stretti e ombrosi, nella soffice nebbia del Bosforo in cui riecheggiano le sirene dei battelli, nel breve volo dei gabbiani, nella confusa duplicità dei suoi abitanti, delusi dai sogni infranti della Turchia moderna e persi nell0 splendente ricordo dell’Impero Ottomano.

Lo scrittore racconta la tristezza di Instanbul come indissolubile dall’essenza stessa della città, una tristezza che, citata più volte nei versi coranici, diviene un’elevata condizione spirituale e, presenza percepibile in ogni luogo e strada, costituisce parte dell’antico orgoglio cittadino. Una tristezza ricca di bellezza e di magia, narrata e descritta senza sosta dagli scrittori che si sono persi e ritrovati per queste strade, scrittori che a Instanbul avevano le proprie radici, come Ahmet Rasim e Yahya Kemal, o giunti alle porte d’Oriente per curiosità, passione, ricerca di sè stessi, come Nerval, Flaubert, Gautier, catturati dalla bellezza di un mondo ancora misterioso.

Una tristezza antica, disegnata nelle incisioni di Melling e ritratta nel bianco e nero delle foto di Ara Guler, riflessa nella pioggia d’autunno ma anche nelle notti di festa e nei ripetuti gesti dell’osservanza religiosa, che agli occhi dello scrittore bambino appaiono strani e misteriosi, tristezza che in seguito diviene presenza costante nella sua vita di studente insoddisfatto, innamorato deluso, artista incompreso, nelle sue notti trascorse a camminare per le strade più oscure della città, nei caffè aperti fino all’alba o di fronte alla magnificenza del mare del Bosforo, in un’ostinata ricerca di sè stesso, fino a raggiungere la scelta di dedicare la vita alla scrittura.

Per Omar Pamuk, Instanbul si trasforma in un’autobiografia antica e vivente, in un diario dove egli ha tracciato i momenti più belli e più difficili della sua vita, e diviene per i lettori un racconto sublime e indimenticabile. Da non perdere.

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