L’uomo che allevava i gatti

di Mo Yan (Einaudi)

La luna si levava, il sole tramontava. Un bambino sgusciò fuori da una porta fatta di ramaglie e in quel momento una stella si spense nel cielo

Scrittore, sceneggiatore e drammaturgo, Guan Moye nasce nel 1955 nella provincia di Shandong, in una famiglia di contadini, e negli anni dell’infanzia, terminata la scuola elementare, la vita rurale lo conduce ad una profonda conoscenza della natura e della solitudine. Arruolatosi nell’esercito, si laurea in letteratura ed inizia a scrivere verso gli anni ’80. Lo pseudonimo con cui lo scrittore sceglierà di firmarsi, Mo Yan, significa “l’uomo che non vuole parlare”.

Considerato tra i maggiori autori della Cina contemporanea, ha pubblicato romanzi, racconti, opere teatrali e sceneggiature. Il suo romanzo più celebre è probabilmente Sorgo Rosso, pubblicato in Italia da Einaudi, del quale esiste una nota versione cinematografica.

Nelle sue opere, in cui si percepisce una duplice atmosfera di delicatezza e di violenza, Mo Yan racconta la vastità delle campagne cinesi e la vita brutale e disperata dei suoi abitanti con le tinte di un verismo struggente e malinconico, che ci riporta vagamente alle novelle di Verga, Zola e Capuana.

Promotore della corrente letteraria chiamata Ritorno alle radici, Mo Yan rappresenta e declama la sofferenza e la tristezza del suo popolo, raccontandone il dramma con un linguaggio onirico e visionario. Che siano animali o esseri umani, i protagonisti dei suoi racconti vivono tra il sogno e la realtà, in un continuo contrasto tra la crudeltà del destino e l’inconsistenza dell’immaginazione. Negli immensi campi e lungo i fiumi, dove uomini e bambini vivono un’esistenza tormentata e angosciante, è sufficiente che cali la notte o che si alzi la nebbia perchè creature fantastiche, volpi infuocate e spiriti-tartaruga, si manifestino nella loro leggiadria là dove fino a poco tempo prima aleggiava la tristezza e la morte.

Persino i bambini, primi protagonisti di Mo Yan, spesso maltrattati e oppressi fino a soccombere, scacciati dalla famiglia o considerati meno preziosi di un semplice oggetto conservano, nella loro profonda sofferenza, una leggerezza magica e diafana, dove la morte, tragica e terribile, restituisce un profondo significato ad un mondo disilluso e vuoto di valori, e dona la dignità a persone affrante e distrutte dalla lotta per la sopravvivenza.

La lettura di Mo Yan non è semplice. Come in un film, egli muta improvvisamente punti di vista e piani temporali, osserva il dramma con distacco, analizzandolo con spietatezza e disincanto, ma nonostante tutto riesce a lasciare intatta la magica bellezza di ogni scena.

 

 

 

 

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