Perché non sei venuta prima della guerra?

di Lizzie Doron (Giuntina)

L’odore di inverno ancora vergine riempì la sabbia e le nostre narici. “Siamo qui per il funerale di Helena” dicemmo con voce debole al cantore, e il cantore a noi destinato si stupì e chiese “Solo voi due?”. “Sì” fu la risposta. “Ma c’è bisogno di un minyam” disse il cantore con imbarazzo. “Anche nella sua vita” gli risposi con aggressività “avrebbe avuto bisogno di un minyam, ma non c’era”. Il cantore abbassò lo sguardo e non chiese altro.

Al di là di ogni ipotesi filosofica, le voci della letteratura e della poesia post Auschwitz non solo non hanno mai taciuto, ma sono riuscite a generare quasi miracolosamente non pochi capolavori, testimoniando il dramma e celebrando la memoria in maniera spesso sublime. Questo romanzo di Lizzie Doron si presenta al lettore con un ritmo insolito, composto da una serie di brevi immagini folgoranti e collocate in successione temporale, e dimostra di essere un caso abbastanza unico rispetto alle classiche opere che rammentano la Shoah, in parte per essere stato scritto da un’autrice nata a distanza di diversi anni dall’evento storico e quindi non diretta testimone. Ma la particolarità più straordinaria, è che nell’intero il percorso narrativo, che costituisce la storia di Helena raccontata dalla figlia, la Shoah e tutti i simboli più noti ad essa legati, non compaiono mai, non vengono mai neppure nominati. Giunta in Israele purtroppo non “prima della guerra”, Helena deve ricostruirsi un’esistenza nuova, e per poterlo fare è costretta in qualche modo a smontare e ricomporre quella precedente, poiché anche il solo ricordo di ciò che ha vissuto le sarebbe impossibile da sopportare. La sua vita diviene così una continua battaglia per sopravvivere in una società dura, tradizionale e difficile dove lei, sola con una figlia ancora bambina, deve reinventarsi ogni giorno per poter andare avanti, e la lotta più devastante a cui deve far fronte è quella contro gli orrori del passato che ella ha dovuto subire. Apparentemente assurde, le sue piccole ribellioni sono l’unico mezzo di cui dispone per liberarsi dalle catene del dolore e dalla dipendenza con il passato. Azioni incomprensibili o fraintese, come eliminare ogni oggetto di origine tedesca, celebrare in maniera anarchica le festività ebraiche o lasciar emergere vaghi simboli dello sterminio nei disegni di cui poi non ammette d’essere l’autrice, rappresentano il suo personale sistema per continuare ad esistere dopo essere passata attraverso l’annientamento. Agli occhi di Helena, quell’unico Dio tanto acclamato, ha commesso un grave errore al quale si è rivelato incapace di porre rimedio, ma purtroppo Dio è uno solo, e non aveva nessuno al fianco capace di correggere lo sbaglio. Peccato, ripeterà Helena ogni volta, peccato che non ce ne siano due. Forse, si sarebbero potuti evitare tanti morti. E solo alla fine, poco prima del funerale di Helena, quando la figlia, aprendo l’armadio in cui la madre custodiva quei ricordi che aveva voluto cancellare, troverà la divisa a righe, solo allora quella morte che Dio era stato incapace di evitare si mostrerà in tutto il suo orrore. Lizzie Doron è nata nel 1953 a Tel Aviv e rappresenta una delle più interessanti voci della letteratura contemporanea, oltre che israeliana. Recentemente ha presentato in Italia il suo ultimo lavoro, C’era una volta una famiglia.

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