La rabbia del vento

di S. Yizhar 
(Einaudi)

Intorno era silenzio, e di lì a poco si sarebbe chiuso anche sull’ultimo cerchio. E quando avesse avvolto tutto, e nessuno ne avesse disturbato la calma, e al di là di esso ci fosse stato solo un brusio sommesso, allora Dio sarebbe sceso nella valle e vi avrebbe vagato per vedere se il grido giunto fino a lui fosse davvero così grande.

Nato nel 1916 a Rehovot e morto nel 2006, Yizhar Smilansky è considerato un grande innovatore della letteratura israeliana moderna. Il suo nome d’arte, S. Yizhar, gli venne attribuito nel 1938 alla pubblicazione del suo primo racconto dal poeta ed editore Yitzhak Lamdan, e da quel momento lo mantenne, firmando in questo modo ogni sua opera. Autore di due romanzi e di diverse raccolte di racconti, appartiene ad una famiglia dove la scrittura è un carattere ereditario: erano scrittori sia il prozio Moshe Smilansky che il padre Zev Zass Smilansky.

Nei primi lavori di S. Yitzhar compare un’iniziale influenza dello scrittore ebreo ucraino Uri Nissan Gnessin, ma la sua caratteristica scrittura, ricca di dettagli paesaggistici, scenografie, tratti d’unione tra ambienti e personaggi, dovuta anche alle sue conoscenze scientifiche e geologiche, si riconosce ovunque, così come il suo linguaggio singolare, dove l’ebraico letterario incontra il gergo parlato nelle strade, nelle città di confine, nei luoghi in cui culture differenti si fondono e si scontrano.

Pubblicato nel 1949, La rabbia del vento divenne un best seller, sollevando nel contempo una serie di critiche, polemiche, contrasti e discussioni non dissimili da quelli a cui assistiamo attualmente. Il racconto, in un tono vagamente grottesco che enfatizza l’assurdo svolgersi dell’evento, narra la storia di un piccolo contingente di militari israeliani che, poco tempo dopo la fondazione dello Stato, vengono inviati in un villaggio palestinese, con l’ordine di sgomberarlo dagli abitanti, distruggere le loro case e trasferirli in un campo profughi, e con tutte le istruzioni cui attenersi nel caso incontrassero resistenza.

I soldati, tutti giovani, palesemente inesperti quanto spavaldi, non solo non incontrano alcuna resistenza, ma si trovano di fronte non a possibili e temibili avversari, ma ad una popolazione rassegnata e passiva, sottomessa e supplicante, composta soprattutto di anziani, bambini, famiglie numerose con un seguito di animali e cianfrusaglie d’ogni genere. Armati alla perfezione, splendidi nella loro bella uniforme, i ragazzi si ritrovano immersi nel fango, nella polvere, nelle macerie prodotte da loro stessi, nei frammenti di memoria di quelle esistenze che hanno ricevuto l’ordine di rimuovere dalla loro terra. La noia, la mancanza di azione, l’arrendevolezza quasi scherzosa degli abitanti del villaggio, crea nel piccolo gruppo di soldati una sorta d’insofferenza, di fastidio, di disistima nei confronti del mondo arabo. Solo l’io narrante della storia, colto dal dubbio della scorrettezza morale e politica della loro azione, viene totalmente evitato dai compagni, non intenzionati ad ascoltarlo.

La storia, peraltro breve, riesce comunque ad essere scolvolgente per la profonda riflessione sul tema dell’identità e del “diverso” che in essa è contenuto, e che scatenò, all’epoca, un ampio dibattito sull’etica comportamentale del nascente stato di Israele, sulle esigenze del singolo, sul rapporto con i potenziali “nemici” e sulla discutibilità degli ordini impartiti all’esercito. Un dibattito che, come possiamo vedere, continua ancora oggi.

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One response to “La rabbia del vento

  1. Hai un premio che ti aspetta, un premio che ti meriti perchè tratti la letteratura come nessun altro, invogli alla lettura al buon umore e alla serenità. Un saluto e ti aspetto.
    Lulù