Uomo nel buio

di Paul Auster
(Einaudi)

La sentenza fu eseguita come preannunciato, settantadue ore esatte dopo che Titus era stato rapito dal camion e gettato in quella stanza con le pareti di calcestruzzo. Non so ancora perché noi tre ci siamo sentiti in obbligo di guardare il filmato, come se fosse un debito, un dovere sacro. Lo sapevamo tutti che ci avrebbe ossessionato per il resto della vita, eppure sentivamo chissà come di dover stare vicini a Titus, di tenere gli occhi aperti sull’orrore per amor suo, di inspirarlo in noi e tenercelo dentro, in noi, quella morte sventurata e solitaria, in noi, la crudeltà che gli avevano inflitto in quegli ultimi momenti, in noi e nessun altro, per non abbandonarlo al buio senza pietà che lo aveva inghiottito.

Nato a Newark da genitori ebrei di origine polacca, Paul Auster, che avete già incontrato nella mia stanza, dopo aver lavorato a Parigi come traduttore, inizia a pubblicare poemi, saggi e racconti nel 1974, debuttando con il romanzo autobiografico L’invenzione della solitudine, seguito dai tre episodi thriller de La trilogia di New York, dove utilizza la tecnica narrativa poliziesca per esplorare, in un personale stile postmoderno, temi esistenziali molto più profondi e complessi.

Con una piacevole e acuta ironia unita ad una vivace e intricata traccia narrativa, spesso alternata a momenti di fiction, nella scrittura di Paul Auster compaiono elementi psicanalitici e atmosfere trascendentali derivanti da Jacques Lacan e dalle più complicate personalità letterarie americane, come Hawthorne, Poe, Beckett, Melville. I protagonisti stessi delle sue opere sono spesso scrittori, con il risultato di un’interessante effetto di storie concentriche.

Così come Nathan Glass in Follie di Brooklyn cercando un luogo dove morire tranquillamente, si era ritrovato coinvolto in una serie di avventure che lo avevano inconsapevolmente distratto dall’idea della morte, August Brill, L’uomo nel buio, inventa storie impossibili per sfuggire all’inconsistenza della notte e alla sua stessa memoria dove, questa volta, la morte ha già lasciato i suoi segni.

Critico letterario in pensione, divenuto invalido a causa di un’incidente d’auto, August Brill vive nel rimpianto della moglie Sonia, e condivide la doppia angoscia della figlia autrice di un’ancora incompleta biografia di Rose Hawthorne e rattristata da un matrimonio fallito e di una nipote il cui ex fidanzato, attratto dall’elevato guadagno di un lavoro in Iraq, ha finito la sua vita “giustiziato” da un anonimo gruppo terrorista che ne ha diffusa in video la morte, violenta, atroce e inspiegabile.

Una morte che aleggia sui tre protagonisti come una condanna, un rimorso eterno per non averla potuta evitare, e che August cerca non tanto di vincere quanto di allontanare provvisoriamente con le sue allucinate storie notturne, improbabili intrecci tra realtà e finzione.

Poi, una notte tra le tante, sarà proprio la nipote, Katya, a voler sfuggire dall’immagine del ragazzo trucidato chiedendo ad August di raccontarle, questa volta, la propria storia, di rivelare desideri, timori, follie ed errori non del critico e dello scrittore, ma dell’uomo, del marito, dell’amante e del padre che egli è stato.

Un racconto notturno intenso e toccante che si chiude all’alba su August e la figlia Miriam, e sull’unico verso poetico veramente grande firmato dalla figlia di Nathaniel Hawthorne, purissima e raggelante metafora della vita, E il folle mondo viene avanti rotolando.

Da non perdere, come tutte le opere di Auster.

 

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One response to “Uomo nel buio

  1. Cara Elisa,
    ho finito ieri sera di leggere Uomo nel buio con l’immancabile senso di precoce nostalgia che sempre accompagna l’ultima parola di un libro che mi ha emozionato. Paul Auster è un’anima bella e le anime belle, quando le incontri, lasciano il segno. Ci si trova molto bene anche nel tuo blog, interessante ed accogliente, grazie dell’ospitalità.