Ho qualcosa da dirti

di Hanif Kureishi
(Bompiani)

Hanif Kureishi nasce a Londra nel 1954 da padre pakistano e da madre inglese, un mix etnico culturale che, ovviamente, lo costringe presto a conoscere in prima persona ogni sorta di problemi ed incomprensioni a sfondo “razziale”, ritratti in seguito nelle sue opere letterarie e teatrali.

Scrittore, drammaturgo e sceneggiatore, esordisce nel 1976 con i primi testi teatrali, raggiungendo il primo rilevante successo con Borderline, una piece in cui narra la vita degli immigrati londinesi. Inizia successivamente a lavorare per il cinema, mantenendo sempre come tema portante la discriminazione razziale e la difficile integrazione tra culture differenti osservata in ogni possibile aspetto, come è dimostrato da due delle sue sceneggiature di rilievo: My beautiful laundrette, diretto da Stephen Frears, e Sammy e Rosie vanno a letto, dove nel primo caso affronta le difficoltà etniche e sociali vissute da una coppia gay, mentre nel secondo la divergenza si sviluppa su toni razziali e politici contemporaneamente.

Anche nei suoi romanzi, Hanif Kureishi si sofferma soprattuto sui problemi vissuti dagli immigrati nell’integrarsi in un territorio al quale non appartengono. La sua prima opera, Il Buddha delle periferie, in cui traspaiono in parte molte esperienze autobiografiche, è la storia di un giovane omosessuale londinese di origini indiane, nato e vissuto in una città multietnica, ma comunque dura da affrontare e non priva di barriere e di ostacoli.

Nell’ultimo lavoro di Kureishi, Ho qualcosa da dirti, destinatario di un’alternanza di lodi e critiche, il mondo dell’immigrazione londinese è avanzato ormai di una generazione o due, fino ad arrivare all’era di una trasgressione promiscua, ostentata e maniacale, brilantemente descritta senza filtri o inibizioni.

Una dimensione caotica e imprevedibile dove si muove Jamal, il protagonista, psicanalista di origine pakistana, ex marito, padre orgoglioso di un figlio dodicenne, fratello minore di una stravagante donna la cui relazione passionale con un regista teatrale dall’animo tormentato, migliore amico di Jamal, costituisce l’atmosfera di sfondo del romanzo, che raggiunge talvolta ritmi allucinati, una sorta di Eyes wide shut portato all’estremo.

Tra viaggi psichedelici, orge sessuali e scambi di coppie, Jamal, ancora vagamente innamorato della moglie, autore di due libri di discreto successo, sembra avere comunque ritrovato la propria strada, quand’ecco che, in un caleidoscopico e grottesco succedersi di eventi e personaggi, ricompare un antico amore, una compagna di università immigrata dall’India, che all’epoca era stata costretta a rimpatriare con il fratello dopo la morte del padre, lasciando Jamal privo di ogni traccia ma conoscitore di un segreto irrivelabile.

Tra incontri, ricordi, passioni e ricatti, la storia ricongiunge, infine, passato e presente senza troppe illusioni o speranze, ma con l’emozione sospesa nell’aria.

Credo non sia da perdere.

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