Voci di muto amore

di Yehoshua Kenaz
(La Giuntina)

“Si può vedere il disegno?”
Lui aprì il blocco, e glielo mostrò. Questa volta il ritratto era disegnato con pochi tratti leggeri. Era una donna buttata su una sedia, con le braccia abbandonate. La testa era piegata su una spalla, il viso era nascosto. Sotto la massa dei capelli si distinguevano solo le pieghe del mento, le labbra socchiuse, la punta del naso e una narice, le rughe delle guance. Le mani penzolavano ai due lati della sedia, con dita fragili leggermente piegate. Tra i due lembi della vestaglia che si era aperta si vedeva un grosso ginocchio, come un capitello sopra una colonna la cui base era la pantofola. L’altro piede era lontano, faceva capolino da sotto la vestaglia. In questa donna non c’era alcun segno di vita.
Lei non disse nulla, e lui domandò: “Cosa ne dice?”.
“Non è vita” disse la signora Moskovitch.

Kagan rise: “Io questo lo chiamo ‘La Jolanda dormiente'”.
“Non dorme, è morta. Una persona morta è così”.
Lui non rispose, ma guardò il suo disegno e sorrise.

Nato nel 1937, lo scrittore israeliano Yehoshua Kenaz, presente in queste pagine con il romanzo Ripristinando antichi amori, è considerato tra i massimi del proprio paese. Laureatosi alla Sorbona, ha tradotto i classici della letteratura francese, è redattore del quotidiano Haaretz ed autore di opere tradotte in tutto il mondo.

Grande maestro nel ritrarre i dettagli più inquietanti, oscuri e talvolta scabrosi dell’animo umano, in questo magnifico romanzo, struggente per il suo intenso realismo, egli dipinge il pittoresco e malinconico mondo generatosi all’interno di una casa di riposo di Tel Aviv, collocazione geografica che, comunque, perde di importanza, sopraffatta dai ritmi dell’ospizio e dei suoi abitanti, ognuno impegnato, a suo modo e con tutte le proprie risorse, a conquistarsi un angolo di vita e di, sia pur effimero, piacere.

Ricoverati per casi differenti, alcuni senza speranza, gli ospiti vivono una loro dimensione nostalgica e grottesca, distaccata dalla realtà e costruita di rievocazioni e rimpianti, chiacchiere tra amiche e brevi colpi di scena, ma anche di rivalità, invidie, gelosie, ribellioni, di una strana follia dai colori più impensati, e dall’improvviso, intermittente apparire della morte.

Protagonista della storia, Jolanda Moskovitch, un’anziana insegnante di francese, tra le poche degenti destinate a ritornare a casa, non riesce a convivere con la sua naturale condizione di invecchiamento ma tenta di nasconderne i segni truccandosi in maniera vistosa e volgare, provocando critiche tra le infermiere e le compagne, e reazioni ambigue tra gli uomini ricoverati. Il suo breve incontro, idilliaco, sconvolgente e vagamente equivoco, con Lazar Kagan, un noto artista ricoverato dopo un incidente, sarà ricco di passione, ma terminerà in un abisso di angoscia e di tristezza.

Il lucido sarcasmo di Jolanda, conscia della sua superiorità intellettuale, si scontra talvolta con le compagne di camera e con il personale dell’ospizio, e la sua nostalgia per una libertà ormai perduta incoraggia i tentativi di chi, anche in un luogo dove la morte incombe, non ha scrupoli a trarre guadagno. Lei e gli altri anziani ospiti dell’ospizio rappresentano la cupa e reale immagine della vecchiaia intesa come solitudine, disagio e ansiosa attesa della fine, elementi che rendono le persone deboli e facilmente abbordabili da chi sa approfittarne.

Il mondo ritratto da Yehoshua Kenaz, nitido e spaventoso, descrive con estrema limpidezza la vita degli esseri umani distrutti dal trascorrere degli anni, ma al contempo accusa l’indifferenza della società nei loro confronti, che assiste senza reagire al loro declino e lascia che divengano preda di quanti, e non sono pochi, nascondendosi dietro una solidarietà falsa e ostentata, si rivelano totalmente privi di legge morale.

Advertisements

Comments are closed.