La montagna volante

di Christoph Ransmayer
(Feltrinelli)

Infinitamente a lungo, per la lunghezza di un’eternità
la vetta del Phur-Ri si era nascosta
tra nuvole di ghiaccio, tra pennacchi di cristallo,
nelle ultime tormentose ore dell’ascensione,
sembrava addirittura che si ritraesse davanti a noi,
quando finalment si mostrò quasi per scherno,
una cupola luccicante nel sole basso del pomeriggio,
ogni volta più lontana,
brillava tra le nubi
per il tempo di alcuni dolorosi respiri
e subito spariva,
davanti a ciascuno dei nostri passi arretrava
verso l’azzurro sempre più cupo del cielo,
poi nel nero minaccioso dell’universo
che cominciava ad abbassarsi su di noi
attraverso lacerati tendaggi di ghiaccio.
E quando alla fine il cielo intero fu dilaniato
e rischiarato e abbuiato,
tranne quella mostruosa torre di nubi a nord-ovest,
non capimmo più se, alzando o abbassando gli occhi,
vedevamo fonti luminose sfarfallanti,
simili a stelle, soli esplosi, perché là in alto, così in alto,
altezza e profondità
diventavano un sola, indistinguibile cosa.
E ci fissammo a vicenda
e fissammo l’altezza e fissammo la profondità
e respiravano a fatica, ansimavamo, boccheggiavamo,
sentivamo come il terreno nevoso
cedeva sotto i nostri piedi
e poi iniziava lentamente a digradare
e a diventare di nuovo sempre più scosceso:
avevamo raggiunto la vetta.

Gli orrori dei ghiacci e delle tenebre, il primo romanzo di Christoph Ransmayer, etnologo, filosofo e, inconsapevolmente, poeta, una delle più interessanti firme nell’Austria letteraria del nostro tempo, risale al 1984, e segna l’avvio della sua collaborazione con Hans Magnus Enzensberger, dal quale venne chiamato proprio a seguito di questa pubblicazione.
E, lavorando con lui alla stesura del volume Das Wasserzeichen der Poesie, ebbe inizio la sua grande passione per il poeta Ovidio, al cui esilio dedicò il suo romanzo finora più noto, Il mondo estremo. Chistoph Ransmayer è stato insignito di diversi riconoscimenti, tra i quali, nel 2007, dell’Heinrich Boll Preis.

La sua scrittura è poetica e introspettiva, ricca di complessi simboli psicologici ed evocativi, la presenza altera e dominante delle montagne nella sua opera assume una dimensione di sacralità estrema, di un’entità superiore ed inaccessibile.

Per scelta dell’autore, il testo del libro si presenta nel formato tipografico di bandiera a sinistra, un aspetto puramente estetico che, egli ci ricorda, non è riservato esclusivamente alla poesia e chiunque ne può fare uso. Ma, involontariamente, questa grafica induce il lettore a seguire una sorta di ritmo lirico interiore, cogliendo immagini e particolari che nella prosa talvolta passano inosservati, trasformando la narrazione in un poema ed accentuandone la drammaticità e il pathos.

Sfondo del romanzo, le montagne del Tibet, mondo splendido e terribile, ghiaccio e roccia protesi verso l’incredibile azzurro del cielo. Un luogo inimmaginabile e affascinante, attraente e pericoloso, che gli abitanti, nomadi austeri e saggi, guardano con rispetto e timore, consci di un’inviolabilità fatale quando trasgredita.

Ma qual è la forza irresistibile che conduce i due protagonisti, l’io narrante e il fratello Liam, l’uno un macchinista che ha passato la vita nel cuore delle navi e l’altro un informatico che costruisce planimetrie digitali e vive da eremita in un’isola irlandese, comunicando con il resto del mondo via mail?

Se dapprima è Liam, il rocciatore esperto delle scogliere d’Irlanda a prendere il volo verso il Tibet trascinando con sè il fratello, che alle arrampicate temerarie preferisce il tranquillo amore della tenda di Nyema, la giovane madre tibetana reduce dalla persecuzione cinese che le ha portato via il marito, in seguito assisteremo ad un rovesciarsi dei ruoli, dove sarà il fratello di Liam il più deciso a non voler desistere nell’audace e incosciente decisione di conquistare la vetta della Montagna Volante, vista per la prima volta molto tempo prima, in una notte di pioggia, sul monitor di Liam acceso nel buio d’Irlanda.

Partiti nonostante gli avvertimenti, bloccati per due giorni da un’improvvisa tempesta e dal malessere del fratello di Liam, ai loro occhi la vetta del misterioso Phur-Ri, la Montagna Volante, come lo era stata Moby Dick per i marinai della baleniera di Melville, si trasformerà in una sfida all’impossibile, tanto irrinunciabile quanto letale. Perchè la montagna è un viva, libera e immortale, e può accadere che prenda il volo, scomparendo alla vista ed innalzandosi nel cielo… per poi ritornare, forse, nel momento voluto.

Un racconto che ha del fantastico, per quanto luoghi e persone siano tutti solidamente reali, e che riesce a toccare quegli aspetti più intensi, e misteriosi, della vita: l’amore, la nostalgia, la ricerca di sè stessi, e la morte.

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