Lettere di una novizia

di Guido Piovene
(Bompiani)

Nato a Vicenza nel 1907, Guido Piovene iniziò molto giovane la carriera giornalistica, divenendo, insieme a Buzzati, Orio Vergani e Montanelli, una delle più note firme novecentesche del Corriere della Sera.

Autore di significative opere come De America e Viaggio in Italia, esemplari di quella che oggi definiamo narrativa di viaggio, si dedicò, intorno agli anni ’30, ad una letteratura sottilmente indagatoria, ritraendo gli aspetti più oscuri e ambigui della borghesia vicentina, dominata dal pregiudizio e dall’ipocrisia causati dalla forte influenza del moralismo religioso e della dottrina fascista. Un’ambiguità che non risparmierà neanche lo scrittore stesso: grande amico di Eugenio Colorni, il noto filosofo ebreo milanese studioso di Leibniz e di Benedetto Croce, Piovene perderà questa irripetibile amicizia per aver recensito positivamente il testo antisemita del giornalista Telesio Interlandi, sostenitore del fascimo e delle leggi razziali.

A dispetto di questo comportamento riprovevole, non certo unico tra gli intellettuali dell’epoca, gli scritti di Guido Piovene si distinguono soprattutto per la forte introspezione psicologica operata nei confronti dei personaggi e per l’analisi di una società priva di valori.

Esempio mirabile, Lettere di una novizia venne pubblicato nel 1941 con grande successo e notevole critica da parte del mondo cattolico, noto anche per la trasposizione cinematografica di Alberto Lattuada.

Il romanzo, redatto in forma epistolare secondo i modelli del sei/settecento, è la storia della novizia Rita Prassi, che scrive prima al proprio confessore e successivamente al segretario del vescovo, chiedendo aiuto per fuggire dal convento. Pigra e indolente di natura, reduce da un affetto morboso con la madre e da una fuga romantica terminata con l’accidentale morte del compagno, Rita, chiusa in convento per evitare lo scandalo, vive di menzogne e di lusinghe, è circondata da persone che, come lei, evitano di affrontare la verità e non pongono rimedio agli errori ma, egoisti fino all’ultimo, al contrario cercano di occultarli, Arriverà persino a commettere un omicidio, per il quale verrà considerata pazza dai giudici, e morirà di polmonite: Spero che Dio mi capisca, saranno le sue ultime parole.

Come afferma l’autore stesso nell’introduzione, questa indolenza di affrontare sè stessi, questa assoluta incapacità, forse voluta, di conoscersi intimamente, questo egoismo senza vie di uscita, sono i primi passi verso una malafede inevitabile che porta a commettere le azioni più crudeli, generate dal volersi rivelare solo in relazione alla propria convenienza. Il male, del resto, è latente in ognuno di noi.

La versione teatrale del romanzo di Guido Piovene, allestita dal CRT Salone di Milano (0289011644) fino al 14 dicembre, risultato dell’incontro tra l’eclettico drammaturgo Luca Scarlini e una splendida attrice come Maria Grazia Mandruzzato, si compone attorno alla figura della madre di Margherita che, voce narrante del dramma, ripercorre la vita della figlia fino alla morte, avvenuta in carcere come una probabile “resa dei conti”. Sullo sfondo, il Veneto, terra di Piovene, appare evocato nei suoi malinconici paesaggi di nebbia e di verde, e nelle musiche di Gian Francesco Malipiero, legato a sua volta a questa strana terra.

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