Kalooki nights

di Howard Jacobson
(Cargo Edizioni)

“E non si è mai fatto vivo con te?”
“Asher? No”.
“Nessuna notizia, di nessun genere?”
“No”.
“Neppure una riga?”
“No”.
“Siamo un popolo implacabile”.
Riflettè su quella mia osservazione, scostandosi una ciocca isolata di capelli ingrigiti dagli occhi. “Beh, è stata pur sempre un’esperienza”.
“Ti sei risposata?”
Scosse la testa. Poi rise, con una risata da ragazzina come mi sarei aspettato. “Sempre che non si voglia chiamare matrimonio il mio rapporto con Manny”.
Sorrisi anch’io. Ne sapevo qualcosa.
Guardai dal’altra parte della stanza, dove Manny era ancora impegnato in conversazioni con Mick Kalooki. Mentre parlava agitava le mani, e la sua lingua da lucertola leccava qualcosa nell’aria davanti a lui. La testa assomigliava sempre a quella di un bambino, ma gli occhi erano spenti. No, non si poteva chiamare matrimonio il suo rapporto con Manny. Ma del resto le mie idee su cos’è un matrimonio erano piuttosto bizzarre.
“Mi meraviglia” dissi “che tu non ci abbia maledetto tutti per averti rovinato la vita”.
“La mia vita?”. Sembrava stupita che potessi pensare una cosa del genere. “La mia è stata una vita come tante. E’ la vostra a essere rovinata”.

Il kalooki è un gioco da svolgersi con 2 mazzi di carte, simile al ramino e alla scala 40 e, come ogni gioco che avvenga attorno ad un tavolo, talvolta si traforma in un gioco d’azzardo, con tutti i rischi e le conseguenze del caso.

E, con gli stessi rischi e conseguenze, Howard Jacobson, professore di letteratura, scrittore, saggista ed editorialista inglese quasi sconosciuto in Italia (solo recentemente lo abbiamo incontrato a Mantova), ha trasformato le interminabili serate di kalooki condotte dalla madre di Max Glickman, protagonista e io narrante del romanzo Kalooki nights, in una storia tanto eccezionale quanto, per chi vorrà scavare nel profondo dell’umorismo yiddish/inglese, sconvolgente.

Paragonato a Philip Roth per il virtuosismo letterario (in verità io lo vedo più prossimo a Bruno Schulz) ed a Woody Allen per la terribile forza sarcastica, lo scrittore riesce perfettamente a raccontare in toni arguti e giocosi, dissimulandola con gli elevati registri di un raggelante humor britannico, la tragedia che in realtà traspare da ogni pagina, spietata, fino alla fine.

Tema di sfondo, l’amicizia tra Max e Manny, entrambi appartenenti alla Manchester ebraica degli anni ’50, ma in contesti totalmente opposti: l’uno cresciuto con un padre ateo, comunista e fanatico della boxe, una madre appassionata dal gioco delle carte, una sorella schiava del proprio guardaroba e uno zio ossessionato dalla paura di un pogrom, l’altro nato in una famiglia ortodossa, strettamente osservante, innaturalmente silenziosa e incredibilmente infelice, che si costruirà da sè la propria rovina.

Vignettista satirico di professione, Max percorre la storia, talvolta paradossale, della propria vita tra disavventure di famiglia, matrimoni falliti e amici maniaci del sesso e dell’Olocausto, due entità similmente misteriose e perverse, intrecciata al dramma di Manny, che egli si assumerà l’incarico di ricostruire, a distanza di anni, in forma di sceneggiatura. Perchè Manny, contro ogni possibile aspettativa, di fronte all’amore tra il fratello Asher e Dorothy, bloccato con i mezzi più riprovevoli dai genitori a causa della nazionalità tedesca e del non ebraismo di lei, è diventato un assassino, e il suo gesto folle e disperato non ha salvato l’amore ma, involontariamente, ne ha causata l’irrimediabile distruzione.

Al di là delle innumerevoli citazioni letterarie e descrittive, dei termini in ebraico e in yiddish, volutamente privi di traduzione perché il lettore ne sappia cogliere il vero significato, di tutti quegli elementi che, insomma, infondono un’atmosfera e tracciano un’identità tipicamente ebraiche (ricorderete tutti i racconti della “Corte” del padre di Isaac B. Singer) nella storia, il romanzo di Howard Jacobson riesce ad essere nel contempo ironico, romantico e struggente.

La classica tragedia dell’amore impossibile che, per quelle ragioni negate dalla ragione stessa, si volge prima in passione, poi in odio e infine in morte, non è certo una caratteristica della letteratura ebraica, ma in un’epoca e in un luogo dove l’ombra della Shoah ancora incombe, assume (come è accaduto alle Bienviellaints di Jonathan Littel) le tinte della malinconia e della desolazione che appartengono solo ai capolavori.

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