L'uomo di Kiev

di Bernard Malamud
(Einaudi)

Lo scrittore americano Bernard Malamud nasce a Brooklyn nel 1914 da genitori ebrei immigrati dalla Russia e, insieme ad altri grandi nomi quali Saul Bellow e Philip Roth, è uno dei maggiori autori ebrei americani del Novecento. Probabilmente i miei lettori lo avranno già incontrato nelle Chiacchiere di bottega di Philip Roth, che vi invito a leggere, se non lo avete già fatto, per conoscere meglio il carattere di questo particolarissimo protagonista della letteratura contemporanea.

Impossibilitato a dedicarsi completamente allo studio e alla scrittura per motivi economici, Bernard lavora all’ufficio del censo di Washington, insegna inglese alle scuole serali, e successivamente insegna scrittura creativa all’Università dell’Oregon, esperienza che racconterà nel romanzo Una nuova vita, alternando sempre l’insegnamento al lavoro di scrittore e, lentamente, emergendo come uno dei migliori autori americani del secolo.

Scrive lentamente, con attenzione, e in tutta la sua carriera porterà a compimento sette romanzi e 54 racconti. Con uno stile piacevole e ricercato, fonde con eleganza simbologia ebraica e fiction, esprimendosi in un originale mix di lirica yiddish e inglese e ritraendo con toni allegorici l’identità ebraica incastonata nelle città americane.

I suoi protagonisti sono antieroi per eccellenza, sognatori, malinconici e sfortunati ma, a differenza dell’avventuroso Augie March di Bellow o del complicato Portnoy di Roth, la loro sorte talvolta avversa o insignificante si trasforma in un complesso e profondo percorso di ricerca verso la propria identità.

Scritto nel 1967, L’uomo di Kiev venne premiato con il National Book Award e con il Pulitzer per la narrativa. Ambientato nella Russia zarista, il romanzo è una condanna aperta e vivace contro l’antisemitismo, il razzismo, la violenza e l’ingiustizia politica, ma anche una forte riaffermazione del valore della vita dell’uomo.

Yakov Bok, il protagonista, disoccupato, tradito dalla moglie e deluso da Dio, decide, nonostante le sagge ammonizioni del suocero Shmuel, di lasciare lo shtetl in cui vive per recarsi a Kiev in cerca di lavoro e di fortuna. Ma il suo ambizioso progetto non è semplice: oltre alle difficoltà del viaggio, Yakov incontra una città difficile, ostile e con poche risorse. In un evento apparentemente favorevole, egli presta soccorso ad un ubriaco che si rivela essere un industriale tedesco e che lo ricompensa offrendogli un lavoro di sorvegliante. Ma la durata della sua fortuna sarà breve. Malvisto dagli operai, peraltro disonesti, e costretto a nascondere la propria identità ebraica a causa del palese e violento antisemitismo, Yakov viene infine accusato dell’omicidio di un bambino ritrovato morto nei pressi della fabbrica e in realtà ucciso dall’amante della madre.

Se, da un lato, la sua vita già difficile si trasforma in un inferno, dall’altro Yakov, chiuso in cella e sottoposto a umiliazioni di ogni sorta, interrogatori, perquisizioni, esortato a confessare un delitto del quale è innocente, riflette sulla propria identità e sulle proprie condizioni, riscoprendo una dignità e una forza interiore che ignorava. Inflessibile e tenace, si rifiuta d’essere la vittima dell’odio razziale, non cede alle privazioni e alle catene, non accetta il suggerimento di confessare l’implicazione involontaria e obbligata nell’omicidio ingiustamente ritenuto di matrice ebraica, non si smuove neanche di fronte alle suppliche della moglie e, nonostante il suicidio dell’unico giudice a lui solidale, il suo caso inizia a diffondersi ed a suscitare clamore e polemica nella burocrazia politica del paese.

Alternando visioni oniriche e allegoriche alla realtà, il romanzo si chiude su di un processo forse solo immaginato, del quale non si conoscerà l’esito finale.

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