Buio a mezzogiorno

di Arthur Koestler
(Mondadori)

Arthur Koestler, scrittore e filosofo ungherese di origine ebraica, nasce a Budapest nel 1905, vive a Vienna, migra con i primi sionisti in Palestina, lavora come inviato a Gerusalemme per un giornale tedesco e, divenuto condirettore del Berliner Zeitung am Mittag, si trasferisce a Berlino, dove rimane fino al sopravvento del nazismo.

Iscrittosi al Partito Comunista nel 1931, si rifugia a Parigi, denuncia apertamente le persecuzioni razziali e prosegue nella sua attività giornalistica seguendo gli sviluppi della guerra di Spagna dove, condannato a morte dal regime franchista, si salverà grazie all’intervento della diplomazia britannica, esperienza che racconterà in Dialogo con la morte.

Tornato in Francia, come racconta nell’autobiografia La scrittura invisibile, abiura l’ideologia comunista manifestando la propria posizione contro la dittatura di Stalin, e scrive Buio a mezzogiorno, un capolavoro della narrativa storico/politica del Novecento. Lo scandalo causato dal romanzo tra gli intellettuali di sinistra provoca allo scrittore una forte depressione, fino a indurlo a tentare il suicidio. Arruolatosi nelle Legione Straniera per sfuggire alla deportazione sotto il regime di Vichy, raggiunge Londra e acquista la cittadinanza britannica, proseguendo nella sua attività di scrittore attivo contro il regime comunista.

Sostenitore dell’eutanasia, si suicida, ammalato di Parkinson e di leucemia, insieme alla terza moglie, nel 1998.

Quando termina di scrivere Buio a mezzogiorno, Arthur ha 35 anni ed è appena uscito dal campo di concentramente francese di Vernet. Il romanzo che lo renderà famoso in tutto il mondo, ma lo condurrà anche sull’orlo della disperazione, ha una traccia narrativa semplice e sconvolgente, redatta con l’intento di svelare il subdolo e spietato meccanismo dei processi staliniani in cui l’imputato era costretto ad autoaccusarsi di crimini civili e politici, finendo per identificandosi con l’accusatore stesso.

Protagosista del romanzo è Nicolaj Salmanovic Rubasciov, alto dirigente del Partito (che rispecchia vagamente la figura del rivoluzionario Nikolaj Ivanovi? Bucharin), arrestato con l’accusa di controrivoluzione. Dal momento dell’arresto, per lui non inatteso, fino all’inutile processo e all’inevitabile condanna a morte, tutta la storia si sviluppa attorno ad un’assurda e terrificante contrattazione tra gli inquisitori e l’imputato, affinchè egli confessi e riconosca i “crimini” commessi contro il regime.

Nel lunghissimo ed estenuante interrogatorio si succedono dapprima, con tono informale e quasi amichevole, Ivanov, in cui Rubasciov riconosce un vecchio compagno ma che viene presto sostituito (e, pare, a sua volta giustiziato) dal ferreo e glaciale Gletkin, inquisitore capace di resistere per giorni e notti, rimanendo sempre seduto al suo tavolo, lucido, sveglio e attento, l’uniforme impeccabile e i riflessi scattanti.

Bolscevico della prima generazione, Rubasciov non ha commesso alcun crimine politico, ma nei suoi monologhi interiori, tra un interrogatorio e l’altro, misurando la cella passo a passo per ore, arriva a vedersi con gli occhi ostili dell’avversario e a ripercorrere la propria avventura politica, valutando quante volte le sue azioni, consciamente o meno, hanno condotto altri alla rovina e all’annientamento. La Storia, aveva affermato lui stesso più volte, non conosce scrupoli nè esitazioni.

Vessato da una violenza più psicologica che fisica, Rubasciov infine cede, accetta, firma improbabili e immaginari capi d’accusa e con essi la propria morte, ma ormai la sua coscienza, dipinta con maestria da Arthur Koestler, che aveva effettivamente vissuti l’appartenenza e l’abiura del comunismo, ha assunto una sua ragione individuale, un io capace di vedere l’inganno, la menzogna, la finzione, sebbene ormai non abbia altre via di fuga oltre alla morte che gli viene offerta.

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