Una tromba nello uadi

di Sami Michael (Giuntina)

C’erano anche persone vive là. Ecco, c’era una donna in ginocchio che abbracciava una lapide come se volesse sradicare la tomba dal terreno. Ed ecco, un po’ più in là, un padre, quarant’anni, non di più, vestito elegantemente, immobile sotto i raggi brucianti del sole che lo facevano soffrire e sudare; e il sudore gli sporcava la camicia, ma lui non si voleva muovere, e quando gli passai accanto non si voltò, non sentì e non vide nulla, solo un breve battito di ciglia per scacciare le gocce di sudore dagli occhi; era totalmente concentrato su quel pezzo di marmo testardo che si rifiutava di aprire bocca e di dire una parola al papà.

Sami Michael, che avete precedentemente incontrato in queste pagine con il romanzo Victoria, scrive e pubblica da diversi decenni, ma in Italia le sue opere, tradotte da Shulim Vogelman, sono presenti solo da pochi anni. Nato a Bagdad nel 1926, subisce la persecuzione del regime a causa della propria dissidenza, e fugge in Iran, da dove, per non essere estradato, sarà successivamente costretto a rifugiarsi in Israele.
Di madre lingua araba, sceglie di scrivere in ebraico, divenendone uno dei maggiori autori.

La duplice cultura, le origini in un paese arabo e la naturalizzazione israeliana, compare nelle sue narrazioni sia come memoria storica, ritornando ad un passato in cui Israele non esisteva e i confini tra il mondo arabo ed ebraico erano incerti e confusi, sia come realtà contemporanea, conflittuale e drammatica.

Voce narrante di Una tromba nello uadi è Huda, una ragazza araba cristiana che abita con la sorella Mary, la madre, i cui parenti sono rimasti tutti in Libano, e il nonno, reduce da un villaggio egiziano distrutto da un’epidemia, in un palazzo di Haifa di proprietà di un ricco musulmano facile all’imbroglio e al doppio gioco.

La storia delle due sorelle, Huda, la maggiore, innamorata del poeta Yehuda Amichai, malinconica e delusa da un’amore insoddisfacente e finito, e Mary, più giovane, bella e trasgressiva ma forse più ingenua e altrettanto triste di Huda, potrebbe essere il simbolo di chi vive in un paese minacciato non solo dalla guerra ma dalle battaglie interiori, dai pregiudizi, dai limiti imposti dal fanatismo, dall’esasperazione degli ideali.

Considerando che il romanzo è ambientato all’inizio degli anni Ottanta, esordio della lunga e criticata guerra tra Israele e Libano, c’è da chiedersi a quanti sia toccata una sorte come quella di Huda e Mary, vittime di un sistema politico che non considera il valore della persona singola, e intrappolate in una rete di false e assurde convinzioni, e la loro storia, se per alcuni aspetti appare divergente, avrà una fine tragica per entrambe.

E così, la bella e ingenua Mary, sedotta e corteggiata con ossessiva insistenza da Zuhair, affascinante ma spregiudicato e violento figlio del padrone di casa, dovrà rinunciare a sè stessa e alla sua libertà, e sposare il cugino Wahid, appena in tempo per nascondere la maternità illegittima del figlio di Zuhair, rassegnandosi a vivere in una famiglia di agricoltori chiusi in rigoroso e arcaico rispetto delle tradizioni.

Diversamente drammatica la storia di Huda che, disincantata dall’amore, riuscirà ad innamorarsi di nuovo quando al piano superiore del palazzo comparirà Alex, il nuovo inquilino ebreo immigrato dalla Russia, suonatore di tromba e studente universitario. Se la loro unione, tra un ebreo e un’araba, non incontra grandi difficoltà in quanto entrambi sono esenti da pregiudizi etnici, ideologici o religiosi, sarà il conflitto tra nazioni a troncare la loro storia: la morte di un parente libanese avvenuta per mano dell’esercito di Israele porrà in cattiva luce la relazione di Huda, alla quale forse non importerebbe nulla di aver contro gran parte della famiglia, ma la chiamata alla guerra di Alex segnerà inesorabilmente la fine della sua breve felicità.

Un romanzo bello e appassionante, dove non manca una certa ironia nel ritrarre il pittoresco mondo delle strade di Haifa, ma anche un richiamo alla pace quando è in gioco la vita di coloro ai quali, della guerra, importa ben poco.

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