Necropoli

di Boris Pahor
(Fazi Editore)

Sono ingiusto, perchè per tutte queste persone, il male non è così familiare ed abituale come lo è per me. Non ne hanno un ricordo visivo. Ma chissà, forse anch’io mi sento adesso così inquieto proprio perché le mie immagini sommerse stanno tornando in superficie in modo troppo poco definito. Magari dovrei andarmene, per farle muovere dentro di me come le alghe quando si agita il mare. Qui ormai gli oggetti sono spogli perché le ombre dei morti si sono allontanate. Forse torneranno quando l’oscurità avvolgerà il monte. O quando la neve ammanterà il ripiano. Allora saranno sole e, come un tempo, prima di tutto distenderanno i moribondi su un giaciglio di neve, poi si schiereranno in fila, questa volta non per essere contate da un uomo con gli stivali ma per valutare, in un silenzio assoluto, il valore dei messaggi provenienti dal rumoroso mondo dei vivi.

Di tutta la letteratura generata dalle ceneri dei lager nazisti, questa magistrale opera del grande scrittore sloveno Boris Pahor, purtroppo poco noto in Italia, si colloca in una posizione particolare e, diversamente di altri celebri testimoni dello sterminio, da Primo Levi, a Imre Kertesz, a Elie Wiesel, solo per citarne alcuni, ripercorre e dipinge l’esperienza della deportazione da un punto di vista eccezionalmente differente.

Descritto nella bella prefazione di Claudio Magris, la figura dell’autore è quella di un novantacinquenne energico e vivace e di un sopravvissuto che, nonostante i segni profondi ed indelebili, è riemerso dall’inferno integro, vivo, lucido e capace di narrare con limpidezza e con quel malinconico senso di colpa di chi ha visto gli altri morire ma, per chissà quale assurdo gioco del destino, è stato condannato a vivere ed a ricordare.

Storicamente, l’odissea di Boris Pahor ha inizio molto prima della seconda guerra mondiale, e la persecuzione di cui egli diviene vittima è doppia, e doppiamente drammatica. Triestino al pari di Claudio Magris, appartiene però alla piccola minoranza etnica, odiata dall’Italia, degli sloveni di Trieste e del Carso. Forzatamente inclusi nella popolazione italiana, trattati con disprezzo, umiliati al punto da esser loro vietato l’uso della propria lingua, gli sloveni del confine sono stati oggetto di una delle politiche italiane maggiormente repressive. La brutale snazionalizzazione compiuta dall’Italia nei loro confronti compare spesso nelle opere di Boris Pahor (non casualmente poco diffuse nelle nostre librerie), raggiungendo il culmine nel rogo del Narodni Dom, la casa della cultura slovena di Trieste, la cui distruzione, ritratta nel romanzo Rogo nel porto, è divenuta il simbolo della violenza da essi subita

Arrestato dalla Gestapo in quanto militante nella resistenza antifascista, Boris e gli altri sloveni del confine vengono schedati nel lager come italiani, sebbene, paradossalmente, sia proprio l’alleanza italiana con la Germania nazizta a segnare il loro tragico destino. Ritornato, molti anni più tardi, a visitare il lager francese di Natzweiler-Struthof, dove era rinchiuso, trasformato in un museo, in Necropoli lo scrittore lo ripercorre passo dopo passo, in un drammatico viaggio a ritroso dove il luogo che lo ha quasi ucciso appare osservato con clinica precisione da un duplice sguardo, lacerato tra lo spettatore distaccato e l’ex deportato che, nonostante lo scorrere del tempo, non si è mai veramente liberato dal filo spinato della memoria.

Favorito, se così si può dire, dalla conoscenza delle lingue, viene assegnato in servizio nell’assurda infermeria del lager, una baracca sovraffollata da esseri umani ridotti a scheletri in fin di vita, dove, se da un lato il lavoro massacrante ma non letale come lo è per gli altri prigionieri, lo esclude dalla morte precoce, dall’altro lo obbliga ad assistere alla fine lenta, sofferta e priva di senso, di compagni ed amici.

Con una nitidezza estrema, alternando abilmente le visioni del passato alla staticità del presente, lo scrittore ritrae a tratti precisi ma mai patetici, la non-vita del lager, l’incombenza della morte, la violenza nazista che assoggetta gli uomini rendendoli privi di identità e di dignità, la lotta per la sopravvivenza portata all’estremo e poi, improvvisa, l’inerte apatia che precede la fine della vita.

Consapevole dell’immane abisso che lo separa, vivo e ancora in grado di ammirare la bella marina di Trieste, dalle ombre che ora abitano il lager, condannate, dopo la camera a gas, il forno crematorio o l’abbandono, ad un oblio ancora più triste, egli assume su di sè la responsabilità dell’essere sopravvissuto, dell’essere stato, a suo modo, un privilegiato, dell’aver forse goduto, qualche volta, di quegli scarsi beni, briciole di pane o stracci, appartenuti a chi non ce l’aveva fatta ma grazie ai quali egli è giunto fin qui, e può continuare il suo racconto.

Boris Pahor non è un religioso, il suo pensiero è semplice e accessibile, privo di filtri dogmatici. La certezza della morte, ancora presente nel lager asettico e vuoto di oltre cinquant’anni più tardi, appare in tutta la sua grandezza, resa splendente da quella fragile consistenza del corpo a cui egli, nel suo lavoro da deportato, migliaia di volte ha reso omaggio, senza ideali umanitari ma per quel profondo senso del rispetto che, anche in condizioni estreme, sa dare valore alla forza di sopravvivenza ed alla speranza.

Una magnifica testimonianza umana e storica.

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