Una storia comune

di Shmuel Y. Agnon (Adelphi)

Guai a un mondo in cui le creature vanno dietro al proprio cuore.

Questa è la legge di vita della madre di Hershl Hurvitz, il protagonista di Una storia comune, un romanzo sorprendentemente contemporaneo sebbene la prima edizione risalga al 1935.

Narrata con la scrittura limpida e tranquilla del grande scrittore e premio Nobel israeliano Shmuel Yosef Agnon, la storia di Hershl si rivela nella sua profonda e inarginabile tristezza, dove lamore impossibile, perduto e negato, lo costringerà affermare che “un uomo non è padrone di sè stesso“.

E infatti, Hershl, figlio di commercianti, nel piccolo shtetl in cui vive e dove tutto ruota attorno ad un perfetto equilibrio razionale ed economico, non può essere padrone nè di sè stesso nè tanto meno dei propri sentimenti. Innamorato di Blume, una giovane e lontana parente orfana presa a servizio dalla madre, Hershl, dopo qualche fallimentare tentativo di corteggiamento, verrà privato sia dell’oggetto del proprio amore, sia del puro diritto di amare liberamente.

Il suo futuro, stabilito prima del suo destino, gli riserva il matrimonio negoziato da un intermediario, con Mine, una ragazza benestante e raffinata, ma che egli non ama. Impossibilitato a ribellarsi, ma incapace di cedere e di dimenticare Blume, Hershl si rifugia dapprima in una sorta di malinconico oblio, dove la moglie e il figlio appena nato assumono contorni indistinti e sfocati, poi, lentamente, la passione repressa si trasforma in implacabile ossessione, fino a sfociare nell’unica via di uscita: la follia.

Allontanato dalla famiglia e dal paese, Hershl viene confinato in una clinica per diversi mesi, dalla quale ritornerà apparentemente sereno e tranquillo, o forse vittima di una follia diversa che ha le sembianze della rassegnazione, semplicemente perchè non esiste soluzione, e “l’amore non può essere diviso in due“.

Triste e straordinaria, questa storia in realtà non ha una fine, la quiete forzata di Hershl e la saggezza troppo lucida di Blume, l’unica della quale non conosciamo la sorte ma anche l’unica ad avere compreso il senso di questa “storia comune”, celano una verità unica e indiscutibile: solo Dio conosce il nostro destino.

Scritto con la precisione quasi maniacale tipica di Agnon, il romanzo ci accompagna nel mondo del piccolo villaggio di Hershl, nei negozi variopinti e profumati di spezie, nell’allegria delle ricorrenze ebraiche e delle feste famigliari, mantenendo intatto lo sfondo di delicata e nostalgica ironia.

Nato nel 1888 in Galizia, Shmuel Yosef Agnon riceve un’educazione quasi duplice, fondata sul chassidismo, da parte del padre, e sulla letteratura tedesca da parte della madre. Le sue prime pubblicazioni, da quindicenne, sono in yiddish, ma le sue grandi opere saranno in ebraico. Una curiosità della sua vita di scrittore, drammatica ma eccezionale al contempo: per tre volte, in Galizia, in Germania e in Palestina, fu vittima di eventi casuali o voluti in cui i suoi manoscritti finirono bruciati o rubati, ma con la quieta perseveranza che traspare nelle sue opere, riscrisse tutto quanto aveva perduto. Del resto, il suo stesso perfezionismo, lo portò talvolta a realizzare anche otto o nove versioni dello stesso testo.

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