Tredici soldati

di Ron Leshem (Rizzoli)

“Benvenuti a Beaufort. Se esiste il paradiso, il panorama è questo, se esiste l’inferno, ci si vive così.”

Ron Leshem è un giornalista israeliano, nato a Ramat Gan nel 1976 e noto per avere realizzata una serie di reportages sul tema dell’Intifada. Il suo romanzo d’esordio Tredici soldati, pubblicato in Israele nel 2005 con il titolo di If heaven exists, ha mantenuto il posto di best seller per oltre un anno, ha ricevuto il premio Sapir, maggiore riconoscimento letterario israeliano, ed ha ispirato Joseph Cedar per il suo film Beaufort, premiato a Berlino e candidato all’Oscar.

Il romanzo, non a caso, è sorprendente, la forza narrativa che possiede lo rende pari alle opere dei grandi autori della letteratura di guerra del Novecento: da Rigoni Stern, a Remarque, a Hemingway.

La scena del romanzo è il castello crociato di Beaufort, trasformato dagli israeliani in base militare, l’atmosfera che vi regna, costantemente carica di tensione, paura, ansia, ma anche di magica bellezza e di incanto, diviene, attraverso le parole di Ron Leshem, viva e percepibile anche per chi ignori completamente la realtà del luogo e la storia degli anni di guerra e di assedio da cui è stato dominato.

Ultimo avamposto israeliano in Libano, rimasto attivo fino a dopo 18 anni l’invasione del 1982, Beaufort, antica, labirintica e affascinante fortezza dove il tempo sembra immobile, scandito solo dalle esplosioni e, a tratti, dalla morte violenta e inattesa, è la dimora, ed il luogo dell’anima, di Erez, io narrante del romanzo, un ufficiale 21enne spesso ribelle alle regole ma appassionato al suo ruolo fino all’estremo.

Responsabile della vita di 13 soldati, ai quali è legato anche da un’amicizia purissima e incrollabile, Erez, malinconico e sfrontato, romantico e irriverente, purtroppo non sarà destinato a riportare tutti a casa come si era promesso. La sua reazione di fronte alla morte di quegli amici con cui ha condiviso le emozioni più intense della sua vita, è sempre forte, struggente, colma di rabbia e di dolore fino a stravolgere la sua stessa vita, così come è forte la sua ira verso coloro che preferiscono sfuggire al pericolo della battaglia, dimostrandosi infedeli al proprio dovere di difendere la nazione.

Nella sua storia si alternano continuamente momenti di profonda tristezza, di dramma, di terrore, di allegria a brevi avventure, a emozioni forti e travolgenti.

Ma è proprio la profonda dolcezza d’animo di Erez, sia pure talvolta occultata da una vita priva di certezze e dilaniata dal rischio e dal dubbio, a rivelarsi il fulcro della magnifica narrazione di Ron Leshem, che si chiude con la distruzione della base militare: dopo 18 anni, l’assedio è finito, Beaufort ha cessato di esistere: si ritorna a casa, portando con sè la nostalgia di un luogo dove i protagonisti hanno condiviso i momenti più significativi della loro vita, e il ricordo di coloro ai quali una guerra, ritenuta da alcuni inutile, ha vietato di ritornare.

Ron Leshem, in realtà, non ha vissuto direttamente esperienze di guerra: la storia deriva dalla sua amicizia con colui che, nel romanzo, ha preso le sembianze di Erez.

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