Le Benevole

di Jonathan Littel (Einaudi)

Era abbastanza fitto, bisognava aggirare dei cespugli, impossibile procedere in linea retta, le gocce d’acqua colavano dalle foglie e ci cadevano sul cappello o sulle mani; al suolo, le foglie morte, intrise d’acqua, esalavano un forte odore di terra e di humus, buonissimo, ricco e corroborante, ma che mi riportava alla mente brutti pensieri.
Mi pervase un’ondata di amarezza. Ecco cos’hanno fatto
di me, mi dicevo, un uomo che non può vedere una foresta
senza pensare ad una fossa comune.

Sinceramente, si tratta di uno di quei romanzi dal quale, se subite il fascino della letteratura d’alta classe e l’effetto travolgente delle verità storiche, non ne uscirete indenni. Le Benevole è un romanzo scioccante, in ognuna delle sue molte pagine, e nel periodo in cui vi accompagnerà avrete spesso di che sorprendervi, nel bene e nel male, nella paura, nell’ansia, nella passione, nella disperazione. E, paradossalmente, malgrado le azioni che, per dovere o per voglia, commetterà in tutta la storia, il malinconico e fatalista Obersturmbannfuhrer Maximilian Aue, con le sue fobie sessuali, la sua tristezza innata, i suoi ripensamenti e i suoi tentativi di migliorare almeno un poco la disfatta di cui si sente in parte colpevole, vi diverrà simpatico, e non gli darete torto quando affermerà che, nell’orrendo crimine rappresentato dalla guerra del Reich tedesco, siamo tutti chiamati in causa.

Non ho alcun rimpianto, ho fatto il mio lavoro, tutto qui” affermerà l’ex ufficiale tedesco nelle prime pagine, a guerra ormai finita, quando, aiutato dal suo perfetto bilinguismo, si è ricostruito in Francia un’identità nuova e innocente. Ma in realtà, sebbene non riconosca una colpa ma semplicemente un caso l’essere da una parte o dall’altra di una trincea o di una linea di fuoco, e l’appartenere alla schiera degli sterminatori o degli sterminati, vedrete che dubbi e rimpianti nella vita di Max non mancano, alternati e contrastati da un profondo spirito filosofico quasi nichilista, e da una quasi casuale carriera come gerarca nazista. Coltissimo intellettuale, spesso perduto in citazioni letterarie di difficile interpretazione, Max è costretto a vagare tra fosse comuni e campi di concentramento, tra camere a gas e forni crematori, tra selezioni ed esecuzioni di massa, e nella sua mente luoghi e persone si sovrappongono e si confondono: i volti delle ragazze in attesa di morire, i cantieri trasformati in fabbriche della morte, l’orrore cruento e sanguinario della guerra e del freddo, che sembra voler portare lo sterminio a pareggio massacrando i giovani tedeschi prima ancora di lasciar capire loro il motivo.

A suo modo, Max prova rabbia e dolore, e uno struggimento angosciante, di fronte all’immensa e spaventosa solitudine di quei morti gettati nelle fosse comuni, ai quali nulla viene concesso, neppure il diritto di essere compianti. A suo modo, tenterà persino, sebbene inutilmente, di far qualcosa per rendere meno infernali le terribili condizioni degli Haftlinge, i prigionieri dei lager dove egli ha l’incarico di controllare l’andamento dei lavori. A suo modo, si ribellerà, infine, uccidendo forse più per rabbia che per opportunismo, in una sorta di raptus allucinato, l’amico Thomas, brillante ufficiale, capace di cavarsela nelle situazioni più estreme.

Inframmezzando momenti di delirio ad una lucidità terrificante, la lunga storia di Max Aue, per quanto possa sembrare una commemorazione nostalgica dell’impero di Hitler, è in verità una fuga continua dal dramma, dal rimorso, dall’inevitabile condanna. Inorridito di fronte a ciò che è diventato, Maximilian Aue, l’uomo che non può più assaporare l’aroma della foresta senza pensare alle fosse comuni, rinuncerà anche all’amore, consapevole di non avere scampo, se non di fronte ai tribunali militari, dai quali infine sfuggirà, almeno di fronte a sè stesso: Le Benevole non perdonano, come ricorda il grande dramma di Eschilo.

Un romanzo splendido, crudo e violento, capace di toccare il fondo di ogni passione e pulsione dell’animo umano, di raccontare con una nitidezza sconvolgente ogni dettaglio di un crimine inenarrabile come l’Olocausto, ma anche di regalare scene dall’atmosfera onirica e irreale.

Da non perdere, assolutamente.

Per realizzare un’opera del calibro di Le Benevole, lo scrittore francese di origine americana Jonathan Littel, discendente da una famiglia di ebrei polacchi emigrati in America, pare si sia ispirato al film Shoah di Claude Lanzamann, ed alla storia del partigiano sovietico Zoya Kosmodemyanskaya, ucciso dai nazisti. Pubblicato in Francia nel 2006, il romanzo, seguito ad un lavoro di ricerca iniziato nel 2002, ha valso all’autore il prestigioso premio alla narrativa dell’Academie Francaise.

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