La fortuna dei Meijer

di Charles Lewinsky (Einaudi)

Poi lo trovarono.
“Meijer, Alfred. 1914”.

Francois si chinò sulla tomba, impacciato come un vecchio. Passò la mano tra le foglie secche con cui il vento aveva riprodotto un tumulo. Il tumulo vero e proprio era già tornato da un pezzo a essere una cosa sola con la terra.
Raccolse da terra una pietra, non un ciottolo come è uso nei cimiteri ebraici, ma un pezzo di roccia spigolosa di quelle che continuano ad affiorare in ogni campo, malgrado la cura con cui è stato arato. Ma lì non c’era una lapide su cui poterla posare come segno del ricordo, e allora lasciò semplicemente ricadere la pietra a terra, così che sprofondò nel mucchio di foglie in putrefazione.
Francois si rialzò con grande lentezza. La sua schiena non ne voleva più sapere di raddrizzarsi.
“Ti prego, Pinchas” disse.

“Non so se è giusto”.
“C’è qualcosa di giusto a questo mondo?” disse Francois.
E poi, dopo una pausa: “Anche Mina l’avrebbe voluto”.

E così accadde che Pinchas Pomeranz recitò il kaddish su una tomba cristiana,
Yit’gadal v’yit’kadash sh’mei raba”.
Il kaddish per Alfred Meijer, che avevano fatto diventare cristiano e svizzero, e non gli era servito a niente. Il kaddish per un ebreo sulla cui tomba era piantata una croce.

Una cosa è certa: quando arriverete all’ultima delle oltre 900 pagine che ne narrano la storia, questa strana, pittoresca, allegra e nostalgica famiglia, dopo avervi accompagnati dal 1871 al 1945 trascinandovi tra gli intrighi storici e passionali di tre generazione fino a farvi sentire parte di essa, vi mancherà. Perché le creature di Charles Lewinsky, scrittore e sceneggiatore svizzero ancora poco noto in Italia, non sono semplici protagonisti letterari, ma vi appariranno come persone vive e reali più che mai, ognuna con il suo carico di sogni, illusioni e delusioni, sentimenti e ideali.

Primo tra tutti, zio Melnitz, che “quando moriva ritornava sempre“, il cui nome era stato inizialmente scelto come titolo del libro. Trasgressivo e sarcastico come un vero saggio deve essere, il fantasma di Melnitz compare nei momenti più intensi mutando d’abito e di mansioni e, voce narrante anche fin troppo veritiera, ricorderà agli attoniti protagonisti del romanzo quelle verità tanto innegabili quanto occultate: il pericoloso falso storico dell’omicidio rituale, le persecuzioni dei pogrom e del nazismo, ma anche sentimenti meno drammatici ma ugualmente rischiosi come invidia e gelosia.

La storia ha inizio nel momento in cui nella casa di Salomon Meijer, arriva a sorpresa Janki, lontano e dimenticato parente reduce di battaglia che, con il suo fascino dandy e zingaresco, corteggia la sofisticata Mimi, più incline e parlare francese che yiddish, ma ne sposerà la sorellasta Chanele, e su questo ritmo di armonia e contrasto proseguiranno le intricate vie della saga famigliare, seguendo una traccia degna dei Buddenbrook.

E attraverso il succedersi di quattro generazioni, che terminerà con Hillel, studente indisciplinato e sionista convinto, incontrerete personaggi simpatici e commoventi ed assisterete a momenti indimenticabili. Dalla visita di Chanele nell’ospedale psichiatrico, dove, forse o forse no, ritroverà il padre che non ha mai conosciuto, all’anonima e triste morte di Alfred, unico e sfortunato amore di Desireè, all’astuzia con cui Zalman riuscirà a riportare a casa il figlio Ruben da un paese ormai sotto il fuoco della guerra, ai calcoli cabalistici di Salomon, al matrimonio “d’emergenza” con il quale Arthur salverà la vita della moglie e dei due bambini di lei ma troverà la giusta via anche per la propria. Anno dopo anno, qualcuno morirà e altri nasceranno, qualcuno sopravviverà alla Shoah, che dalla Svizzera appare lontana, e qualcuno scomparirà nel nulla.

Un romanzo indimenticabile, reso particolare da una scrittura particolarmente ironica anche nel dramma, e da un colorito intercalarsi di espressioni in yiddish. Da non perdere.

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