La scuola dei disoccupati

di Joachim Zelter (IsbnEditore)

Work is freedom“. La frase non compare soltanto nel regolamento, ma anche su poster appesi in diversi punti della scuola. Uno di questi mostra un temerario mentre scende le rapide, nell’istante di massimo sforzo e pericolo. Altri poster ritraggono ciclisti, scalatori o sub.
La frase vale anche capovolta: “Freedom is work“.

Se non avessimo più disoccupati li inventeremmo, anche solo per accrescere valore al lavoro“. Ma i disoccupati, nella Germania del 2016, esistono, e come: forse sei milioni, forse otto, forse dieci… “da tempo non circolano più cifre ufficiali”.

Per risolvere l’inguaribile morbo che assedia la nazione, questa smarrita e inutile folla di disoccupati viene invitata da una ipotetica “Agenzia federale per il lavoro” a fare le valigie, e a presentarsi nei punti di raccolta stabiliti, dove verrà offerta loro l’unica possibilità, l’unica alternativa, l’unica soluzione per addestrarsi impeccabilmente a quella lotta estrema che è la ricerca di un’occupazione sicura. Obbligati, sia pure educatamente, a salire a bordo di lussuosi autobus, i disoccupati partono verso una meta che ignorano, di cui conoscono solo il nome: Sphericon, una “scuola” di alta specializzazione dove finalmente impareranno a maneggiare con destrezza quelle armi indispensabili sul campo di battaglia della ricerca del lavoro.

Situata in una periferia desertica e angosciante, negli edifici che un tempo ospitavano una fabbrica ormai dismessa, priva di collegamenti con la città e con il resto del mondo, Sphericon accoglie gli allievi in un’atmosfera asettica, lugubre e falsamente idilliaca, tra il college e il lager: musica diffusa e barriere di filo spinato, suites per coppie occasionali e interrogatori notturni a sorpresa. Con un orario estenuante, un ritmo serrato, una disciplina ferrea e una “tavola calda” costituita da distributori automatici, gli allievi di Sphericon subiscono senza reagire una continua vessazione mentale fatta di frasi in “business english” ripetute all’esasperazione, simulazioni di colloqui, eterne lezioni tenute da un atletico e plurilaureato “guru” dell’istituzione, inquisizioni psicoanalitiche, assurde ricerche di lavoro eseguite attraverso la lettura dei necrologi, e una continua riscrittura del curriculum, poichè il curriculum non è altro che un lavoro di letteratura e di invenzione: non deve riflettere la verità ma narrare quella vita che si vorrebbe aver vissuto solo per raccontarla.

Di tutta questa corsa all’alienazione, conosciamo solo due nomi, Roland e Karla. Nell’ossessionante frenesia che ha catturato ormai tutti gli studenti, essi sembrano essere rimasti normali: si scrivono mail, confessano di essere delusi e impauriti da Sphericon, si chiudono nella suite solo per discorrere e ricordare un passato che, secondo i dirigenti della scuola deve essere sepolto e dimenticato. Poi, lentamente, anche i loro destini si separano: Roland si lascerà trascinare dall’eccitazione di una candidatura per un posto interno a Sphericon, e Karla, invece, unica e silenziosa ribelle, rifiuterà di candidarsi, scegliendo di rimanere chiusa in una stanza destinata alla “meditazione” per tutto il resto del training piuttosto che di reinventare la propria vita attraverso un curriculum tanto spettacolare quanto falso.

I tre mesi di scuola stabiliti finiranno e, dopo una serie di eliminatorie all’americana, solo i due “vincitori” rimarranno a Sphericon: tutti gli altri, compresa Karla, lasciano la scuola e ritornano, premiati con un assurdo diploma, “Certificate of professional application“, C.P.A., su quegli stessi autobus sui quali erano giunti .

Ma le sorprese non sono terminate: nessuno di loro tornerà a casa. Li aspetta un altro viaggio, più lungo e certamente senza ritorno. Uno dopo l’altro, privati dei documenti e di ogni possibilità di comunicare con il mondo, scortati dalla polizia e dall’Agenzia federale per il lavoro, i forse dieci milioni di disoccupati saliranno su una lunga fila di aerei “speciali”, destinazione Africa.

La scrittura di Joachim Zelter è fredda e distaccata, la cronaca gelida e impersonale del training obbligato assume toni duri, violenti, da blogger di guerra, rendendo la scena volutamente drammatica anche nelle sfumature più comiche e grottesche. Le condizioni di oppressione in cui gli allievi vivono appaiono nitide nel loro irreale, ma possibile, svolgersi, riprendendo, in maniera enfatizzata e portata all’estremo, l’iter quasi teatrale di selezione e formazione tipico delle aziende del nostro tempo.

Ironico e spietato, il romanzo è un’aperta condanna alla società attuale, dove l’incapacità di risolvere la crisi dell’occupazione porta al parossismo i meccanismi di selezione del personale, trasformando i posti di lavoro in mete irraggiungibili, accessibili solo a chi è perfetto. La scuola/carcere, non molto diversa da alcune situazioni reali, diviene un incubo interminabile, dove la soluzione ai problema dell’occupazione si traduce nell’eliminazione fisica dei disoccupati, ormai privi di identità, dignità e diritti, condotti ad un viaggio senza meta nè ritorno.

Joachim Zelter è nato a Friburgo nel 1962, insegna letteratura americana, è uno dei giovani scrittori della Germania, autore di diversi romanzi, racconti e opere teatrali, non tutti purtroppo tradotti in italiano. “La scuola dei disoccupati” è stata allestita anche in versione teatrale.

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