Il mio nome è Asher Lev

di Chaim Potok (Garzanti)

Il mio nome è Asher Lev. Sono io l’Asher Lev di cui avete letto nei giornali e nelle riviste, di cui tanto parlate durante le vostre cene di lavoro e ai cocktail, il famigerato e leggendario Lev della “Crocifessione di Brooklyn”. Sono un ebreo osservante. Sì, non c’è dubbio, gli ebrei osservanti non dipingono crocefissioni. Anzi, gli ebrei osservanti non dipingono affatto, perlomeno nel modo in cui dipingo io. Perciò si dicono e si scrivono parole grosse su di me, si creano miti: sono un traditore, un apostata, un nemico di se stesso, uno che copre di vergogna la sua famiglia, i suoi amici, la sua gente; ma sono anche uno che si fa beffe di ciò che è sacro per i cristiani, un manipolatore blasfemo di modi e di forme che i gentili venerano da duemila anni. Ebbene, io non sono nessuna di queste cose, anche se, in tutta onestà, devo confessare che chi mi accusa non ha del tutto torto: io sono infatti, in qualche modo, tutte queste cose insieme.

“L’arte è una menzogna che ci fa comprendere la verità”. Con questa emblematica citazione di Picasso si apre il memorabile romanzo di Chaim PotokIl mio nome è Asher Lev“, non primo e non ultimo di una serie di opere in cui l’autore affronta, con una passione trascinante tanto da apparire autobiografica, il rapporto conflittuale, anzi, distruttivo, tra tradizione e innovazione, tra normativa religiosa e progresso, dimostrando come in questa inevitabile battaglia non vi siano vincitori, ma anche come talvolta divenga necessario abbandonare l’eredità del passato e ricostruire un’esistenza propria.

Herman Harold Potok nasce nel Bronx nel 1929, da genitori ebrei polacchi. Secondo la tradizione, oltre al nome americano, gli viene assegnato il nome ebraico Chaim Tzvi, ed è con il nome di Chaim, il cui significato è “vita“, che diverrà noto nel mondo della letteratura americana. Dopo la laurea in letteratura ebraica, e la nomina a rabbino, Chaim Potok viene arruolato nell’esercito statunitense, e trascorre oltre un anno da cappellano durante la guerra di Corea. La sua notorietà è legata anche alla versione cinematografica di “Danny l’eletto“, il romanzo che lo ha reso famoso.

Nei racconti di Chaim Potok in genere, e in particolare ne “Il mio nome è Asher Lev“, la tensione è presente nell’aria: la battaglia è sempre sul punto di esplodere. La comunità hassidica, scenario del romanzo, è fondata su leggi ferree e indiscutibili, un’atmosfera integralista governata da un capo, il Rebbe, dotato di forte carisma e di potere assoluto. Insomma, sembrerebbe che vi siano poche speranze per chi, come Asher Lev, vuole, e riesce, a vedere oltre le regole dell’ortodossia. Quando lo incontriamo, è un bambino: ma non un bambino come tutti gli altri. L’arte, la pittura, il colore, la linea del disegno sono radicate nel suo essere più di quanto non lo siano le Sacre Scritture che è costretto a studiare. Tutto quanto i suoi occhi e la sua mente incontrano, si trasforma in arte, talvolta il processo è immediato e sconvolgente anche per lui stesso e si traduce in risultati imprevedibili e incomprensibili, disegni e ritratti creati quasi inconsapevolmente, talvolta l’opera è preceduta da lunghe ricerche: un colore, un’emozione, un gioco di ombre.

Quando la passione di Asher diviene una necessità irrinunciabile, una vera ragione di vita, egli incontrerà la barriera della tradizione, innanzitutto nella figura del padre il quale, comprensibilmente, tutto vorrebbe dall’unico figlio ma non che divenga un artista estremo, capace di ritrarre i sentimenti più profondi e le passioni più violente del corpo e dell’anima, e lo scontro diviene inevitabile. Differente, e inaspettato, è l’attegiamento del Rebbe: da saggio quale è, comprende e non ostacola l’eccezionale talento di Asher, addirittura agisce in modo che il ragazzo divenga l’allievo di Jacob Khan, l’artista più quotato di New York, e da lui pretende solo che studi il francese e il russo, perchè “un artista deve viaggiare“, dirà.

Infatti Asher viaggia, acquista successo e fama, si stacca dalla famiglia… da un padre deluso e da una madre dilaniata tra l’attesa e il conflitto di marito e figlio… E proprio a questa immagine della madre sofferente, contesa tra due amori diversi ma ugualmente importanti, che trascorre la vita nell’angoscia, Asher dedicherà la sua opera più grande, la “Crocifissione di Brooklyn“, l’opera che ricolmerà di folla la galleria, ma segnerà la definitiva rottura con i genitori: per loro l’arte di Asher non è altro se non una provocazione blasfema, irriverente e contraria alle loro tradizioni.

Ma Asher, questo ragazzo americano dai capelli rossi, del quale al termine del romanzo ci si innamora inesorabilmente, non si arrende: è un artista, le diatribe religiose non lo fermano, anche se il dispiacere di aver contrariato la famiglia è forte, e ritorna a Parigi.

Del resto, aveva ragione il Rebbe: un artista deve viaggiare. Leggetelo: è una vera opera d’arte.

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One response to “Il mio nome è Asher Lev

  1. Cara Elisa, le tue segnalazioni/recensioni sono sempre interessantissime, grazie.