L'androide Abramo Lincoln

di Philip K. Dick (Fanucci Editore)

Situata in un’impersonale cittadina americana, la cui atmosfera industriale è caratteristica della letteratura di Philip K. Dick (che avete già incontrato in quest sito con l’allucinante Un oscuro scrutare), la fabbrica di Louis Rosen e Maury Rock produce in apparenza, secondo la tradizione ricevuta dal filosofeggiante padre ebreo tedesco di Louis, copie di antichi e complicati strumenti musicali a tastiera, ma in realtà, grazie al caotico mix di genio e follia presente nei collaboratori, ambisce a costruire e vendere persone umane. O, per meglio dire, “simulacri”: esseri umani sintetici, copie perfette e viventi, potremmo dire cloni, di personaggi effettivamente esistiti.

Primo soggetto di questo strano esperimento demiurgico, è l’ex ministro della guerra americano Edwin M. Stanton, in carica ai tempi della presidenza Lincoln, ed il risultato è stupefacente al punto da meravigliare anche gli stessi “creatori”: l’Edwin M. Stanton “artificiale” non solo replica alla perfezione pregi e difetti della sua matrice originale ma, sorprendentemente, possiede una sua propria e inattesa capacità di intendere, volere, contestare e ragionare.

Mente suprema e generatrice del miracolo, è Pris Rock, la figlia adolescente di Maury, ritenuta schizofrenica dalla società e dai test di intelligenza obbligatori in una nazione che, non avendo spazio per gli spiriti liberi, li rinchiude, offrendo loro in cambio, forse inconsapevolmente, l’arma letale della creatività. E, forte di questa passione, diabolica e innocente al contempo, Pris, innamorata del plurimiliardario Sam Barrows, e a sua volta oggetto dell’amore disperato di Louis, sceglie come esempio per la sua seconda riproduzione l’enigmatica e ascetica figura di Abramo Lincoln.

Dal momento in cui sulla scena compare il rinato ex presidente degli Stati Uniti, la storia si complica in un crescendo di dramma, ironia e allucinazione, come è nello stile di Philip K. Dick, alternando, in una visione da incubo, le passioni e le ossessioni tipiche della natura umana: paura, sesso, potere, ambizione, egoismo, conflitto interiore. Forti del loro vissuto “storico”, Stanton e Lincoln vivono di vita propria, discutono di politica e di filosofia, padroneggiano la situazione ed inventano un ingegnoso stratagemma per evitare che l’azienda di Rosen e Rock venga risucchiata dall’avidità di Barrows che, strumentalizzando a suo vantaggio l’infatuazione di Pris nei suoi confronti, si dimostra attratto dalla possibilità di acquistare, e copiare, i simulacri umani, con l’intento di inserirli in un suo oscuro progetto di speculazione edilizia.

Per intricare ulteriormente la storia, divenuta ormai per tutti allucinante, Louis Rosen si innamora di Pris, e il suo sentimento reale, puro e sincero, in forte contrasto con l’imperante razionalità costruita dagli standard nazionali, provoca il crollo di ogni sua certezza ed equilibrio e la disgregazione di ogni sua relazione sociale. Denunciato come schizofrenico dai suoi stessi famigliari, che scambiano per nevrosi le sue follie di innamorato, Louis giunge a lasciarsi internare, nella speranza di ricostruire, se non il suo io distrutto, almeno la sua frammentata storia d’amore.

Ma Pris, prototipo della “dark lady” fantascientifica, strano tipo di donna bambina, provocante, fatale, ingenua e sfuggente, non è in grado di capire e apprezzare l’amore, e, in un doppio gioco di cui forse non è del tutto conscia, inganna Louis, che, infine, verrà decretato sano e perfetto di mente, ma rimarrà solo con i fantasmi e le visioni generati dal suo amore disperato e insoddisfatto, similmente ai due simulacri che, impossibili da governare, non accettano di essere venduti e si dedicano alle loro passioni: Stanton con i suoi sogni di potere, e Lincoln con la sua malinconia ancestrale, affascinato da Peter Pan.

Un romanzo strano e complesso, precursore delle altre opere di Dick dominate da simulacri, androidi e replicanti, metafora onirica, spaventosa e reale, della natura umana, sospesa tra genialità, sentimento e pazzia.

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