La masseria delle allodole

di Antonia Arslan (Rizzoli)

Prendemmo la strada sotto i portici per andare al Santo. Era il 13 di giugno, il giorno del mio onomastico. Pioveva, e io non volevo muovermi, ma il nonno Yerwant, il patriarca a cui nessuno disobbediva, aveva detto: «E ora che la bambina conosca il suo santo. È già quasi troppo tardi, ha cinque anni. Non sta bene far aspettare i santi. E dovete portarcela a piedi».

Antonia Arslan, archeologa, è stata docente di letteratura moderna all’università di Padova, ha studiato il romanzo d’appendice e la scrittura femminile tra Ottocento e Novecento, avvicinandosi solo più tardi all’identità armena, traducendo le opere del grande poeta Daniel Varujan, e divulgando e pubblicando la storia, i documenti e le testimonianze del genocidio e della diaspora armena in Italia.

Lo splendido e terrificante romanzo La masseria delle allodole, è la meta di un percorso di voci e di racconti, di nostalgia, di ricordi e di paura, di cui è stata cosparsa l’infanzia della scrittrice. E, grazie ad un nonno miracolosamente sopravvissuto e ad una zia sfuggita alla morte ma non al terrore del vivere, questa catena di sensazioni si è trasformata in una storia affascinante e struggente, narrata con la dolcezza della fiaba e i cruenti colori della verità, un mondo frantumato e consegnato in pezzi come un’eredità nelle mani di Antonia, ancora bambina, perchè potesse ricomporlo.

La bellezza della casa di campagna, colma di profumi e di colori, la fragranza del giardino e dell’amore, l’emozione delle feste, l’attesa di un ritorno che non avverrà mai e che lentamente vedrà trasformarsi questa romantica realtà in un incubo, tutto si delinea nelle pagine del romanzo con una limpidezza drammatica e poetica, dove il mutamento dalla gioia alla morte è rapido al punto da apparire irreale.

Raccogliendo le memorie sparse tra i sopravvissuti della sua famiglia, Antonia narra la storia di un popolo dolce, ingenuo e sognante, che subisce quasi senza rendersene conto uno sterminio violento, atroce e determinato.

Il racconto si apre sui preparativi per la Pasqua imminente quando, in un’atmosfera di euforia, romanticismo e felicità, Sempad attende il fratello Yerwant, emigrato a Venezia molti anni prima, dove ha studiato per divenire chirurgo. Tra il profumo dei gelsomini e dei dolci pasquali, tra sogni d’amore e giochi di bambini, Shushanig, Sempad e la loro numerosa famiglia sono impegnati nei preparativi per accogliere parenti e amici in una grande festa alla Masseria delle Allodole, la bellissima casa di campagna tra le colline dell’Anatolia, che Sempad ha rimessa a nuovo fino a renderla splendida e perfetta. Ma la loro euforia avrà una brevissima durata: l’Italia è entrata in guerra, nel 1915, chiudendo le frontiere, mentre il partito dei Giovani Turchi insegue il mito di una nazione dove non c’è posto per le minoranze e le etnie ritenuti inferiori.

Yervant, con i suoi doni e il suo desiderio di ritornare, non raggiungerà mai l’Anatolia e non rivedrà mai il fratello vivo, mentre Sempad subirà il tragico destino dell’eliminazione programmata dai turchi: la sua testa tranciata sarà l’ultima parte di lui che la moglie Shushanig stringerà tra le mani. Trucidati tutti gli uomini e i bambini maschi e distrutta la Masseria, Shushanig, con le sorelle, le figlie e tutte le donne armene, vengono deportate ad Aleppo in una marcia disumana, spietata in ogni suo passo, verso un’inesorabile annientamento, un cammino di torture in cui moriranno ogni giorno, ora dopo ora, di violenza, di malattia, di fame. Con un succedersi di eventi drammatici e colpi di scena, grazie all’intervento dei fedeli e temerari amici di Sempad, le sue figlie bambine e un maschietto, casualmente e miracolosametne vestito da bambina, riusciranno a salvarsi e a raggiungere Yerwant, il custode delle memorie a cui la nipote Antonia ha saputo dare vita.

La tragedia degli Armeni, di cui si parla ancora molto poco malgrado l’orribile violenza cui sono stati sottoposti, all’interno della realtà turca viene spesso negata e nascosta. Il premio nobel Omar Pamuk ha rischiato il carcere per aver affermato lo sterminio di armeni e curdi da parte dell’Impero Ottomano, il libro di Hilsenrath “La fiaba dell’ultimo pensiero” non venne mai commercializzato per volere del governo turco, lo scrittore Ackan, fuggito negli Stati Uniti, è stato condannato a morte, e l’editore turco di questo stesso romanzo è stato arrestato diverse volte.

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2 responses to “La masseria delle allodole

  1. Un libro pieno di umanità, ho conosciuto l’autrice. Se notate non si metton mai in relazione i rapporti fraterni che esistevano già a fine ‘800 fra etnonazionalismo pangermanista ed etnonazionalismo panturchista, uniti accomunati dall’odio contro slavi ed israeliti. Il popolo d’Armenia ha subito il Medz Yeghern, quello d’Israele l’Olocausto, ma ancora oggi mi risulta esistano rapporti fra neonazisti tedeschi e gruppi turchi che hanno fatto di Mein Kampf un best seller. “Chi, dopo tutto, parla oggi dell’annientamento degli armeni?”, affermava con disumano sarcasmo Adolf Hitler alla vigilia dell’invasione della Polonia.

  2. E’ stato molto bello leggere questo tuo post. Il libro e il film che ne è tratto (anche se non a tutti è piaciuto) sono da togliere il fiato, non solo “per non dimenticare”, che non sempre, a mio parere, è garanzia di qualità artistica (per quanto sia di fondamentale importanza), ma anche per godere di un’opera davvero di pregio.