Everyman

di Philip Roth (Einaudi)

Erano ossa e basta, ossa dentro una bara, ma le loro ossa erano le sue ossa, e lui andò a mettersi più vicino a quelle ossa che poteva, come se la vicinanza potesse unirlo a loro e mitigare l’isolamento scaturito dalla perdita del futuro e ricollegarlo a tutto quello che se n’era andato. Per i novanta minuti successivi quelle ossa furono la cosa che contava di più. Furono l’unica cosa che contava, nonostante l’influenza dell’ambiente degradato dove sorgeva quel cimitero abbandonato. Una volta riunito a quelle ossa, non poteva più lasciarle, non poteva non parlare con loro, non poteva che ascoltare quello che dicevano. Tra lui e quelle ossa c’era un rapporto molto stretto, molto più stretto di quello che esisteva tra lui e le ossa non ancora spolpate. La carne si dilegua, ma le ossa durano. Le ossa erano l’unico conforto che esistesse per uno che non credeva nell’aldilà e sapeva con certezza che Dio era un’invenzione e che questa era l’unica vita che avrebbe mai avuto.

Philip Roth, che forse qualcuno ha già avuto modo di incontrare nella mia stanza con Il complotto contro l’America, continua a sorprendere il mondo letterario regalandoci romanzi eccezionali e sconvolgenti. Protagonista da molti anni della letteratura mondiale, è nato nel 1933 a Newark da una famiglia d’origine ebraica, e nei suoi romanzi ritrae la condizione della sua cultura nel caotico contesto americano con un alternarsi e sovrapporsi di ironia, drammaticità e introspezione, soffermandosi, con un realismo duro e struggente, sulle angosce e le ossessioni della vita quotidiana. Giunto alla celebrità con il romanzo/monologo Il lamento di Portnoy, Philip Roth ha meritato il Pulitzer nel 1997, e, proprio in questi giorni, ha ricevuto il Grinzane Master Award, dedicato ogni anno dal Premio Grinzane Cavour ad un personaggio significativo della letteratura internazionale.

Ventisettesima opera del grande scrittore americano, Everyman è al tempo stesso la storia di un uomo, e la storia di ognuno: l’inutile e deludente tentativo di costruire il proprio destino, il disincanto del fallimento, la straziante lotta contro la propria mortalità, contro quella fine inevitabile e angosciante della vita da cui nessuno può fuggire o ritornare. Addentrandosi in profonde e complesse riflessioni sul senso del vivere e del morire, e sul lento disgregarsi del fisico nell’inarrestabile processo della vecchiaia, il romanzo apre con la scena del funerale del protagonista e, partendo dagli elogi funebri del fratello e della figlia, retrocede nel tempo e ne ricostruisce la vita intera. L‘everyman di Philip Roth, del quale verrà sempre taciuto il nome, si rivela pagina dopo pagina nei suoi successi, nelle sue conquiste, nelle sue lotte, nei suoi errori, nelle sue paure, simbolo dell’incompresibile significato dell’esistenza e dell’inesorabile fine di essa. Figlio di un gioielliere del New Jersey, vede il proprio destino delinearsi fin dall’infanzia incontrando per la prima volta la morte nelle sembianze del cadavere di un militare americano ritrovato sulla spiaggia, la cui ossessionante inmmagine lo accompagnerà per sempre. Artista innato, riceve dalla professione del padre l’incanto per la splendente forza dei diamanti e per la misteriosa precisione degli orologi Hamilton, intraprende con successo la carriera pubblicitaria, costruisce, una dopo l’altra, tre fallimentari unioni matrimoniali che gli lasceranno dentro il senso della sconfitta, l’ostilità dei due figli della prima moglie e l’affetto della figlia nata dal secondo matrimonio.
Incline al gioco della seduzione e consapevole del proprio fascino, subisce con un’amarezza crudele e intensa il proprio degrado fisico, la malattia, la serie di interventi cui è costretto sottoporsi che, insieme all’incapacità di aver mantenuta unita e salda la propria famiglia, lo porterà ad invidiare l’unico e affezionato fratello, dotato di una salute ferrea e di una solida condizione matrimoniale e famigliare. Straziato dai continui interventi chiururgici, dai sensi di colpa, dalla nostalgia, dalla perdita di amici e colleghi e dalla solitudine alla quale infine è costretto, similmente al commesso viaggiatore di Miller, egli si interroga disperatamente sulle ragioni di tutto quanto gli sta accadendo e del suo stesso irreversibile decadimento. La scrittura di Roth coinvolge, trascina, obbliga a porsi gli stessi quesiti del protagonista la cui vita, tra rimpianti e passioni, diviene sempre più fragile, sottile e sfuggente.
Fortissima la scena finale, quando egli ritorna al vecchio cimitero ebraico dove, sotto le lapidi ormai erose dal tempo, giacciono le ossa dei suoi genitori, una presenza immediata e terribile, l’unica capace di sfidare la morte ed esistere, nella sua purezza materiale, anche dopo di essa, provocandogli un angosciante desiderio di poter rivivere il tempo passato. Un’emozione profonda e insopportabile, scaturita d’improvviso dal cimitero, malinconico e in stato di abbandono, luogo dove avverrà l’ultimo, strano e poetico, incontro del protagonista, con un vecchio operaio addetto alle sepolture, che, con pazienza, dolcezza, e un senso del dovere quasi rituale, racconta come si svolge il suo lavoro. Morirà poco dopo, nel corso di un’ennesimo intervento chirurgico, addormentandosi, leggero e felice, sotto l’anestesia, con lo splendore dell’oceano di quando era ragazzo ancora negli occhi e nella mente, per non risvegliarsi più, libero finalmente dall’oppressione, dalla tristezza e dalla paura. Un capolavoro.
Everyman è il titolo di una rappresentazione allegorica classica della drammaturgia inglese quattrocentesca, il cui tema è la chiamata dei viventi alla Morte.

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