Piano meccanico

di Kurt Vonnegut (Feltrinelli)

Dieci anni dopo la guerra, dopo che uomini e donne erano tornati a casa, dopo che i disordini erano stati sedati, dopo che migliaia di persone erano state incarcerate in forza delle leggi antisabotaggio, il dottor Paul Proteus stava giocando con una gatta nel suo ufficio. Era la persona più geniale ed importante di Ilium, il direttore dello stabilimento di Ilium, anche se aveva appena trentacinque anni. Era bruno, alto, magro e nervoso, con l’espressione bonaria della faccia cavallina distorta dagli occhiali cerchiati di nero. Non si sentiva nè geniale nè importante in quel momento, e non si sentiva più così da qualche tempo. La sua principale preoccupazione era, adesso, che la gatta enra fosse contenta del suo nuovo ambiente.

Kurt Vonnegut, morto l’11 aprile scorso in seguito ad un incidente domestico, è uno dei narratori più complessi e profondi del Novecento americano. La sua scrittura immediata e diretta, talvolta paragonata dalla critica allo stile di Mark Twain, si sviluppa in un contesto spesso surreale e fantascientifico, in cui l’elemento fantastico non è fine a sè stesso, ma assume il ruolo di pretesto per osservare la natura umana nei suoi aspetti più intimi e occulti, con un stile in cui la satira incontra la pura essenza della vita. Di origini tedesche, Kurt Vonnegut nasce nel 1922 a Indianapolis, una città in cui si ambientano molte delle sue storie. Nel 1943 lascia gli studi per arruolarsi volontariamente nell’esercito alleato durante la seconda guerra mondiale, e nel 1944, priginiero dei tedeschi, assiste al terribile bombardamento della città di Dresda, che causò la completa distruzione della città e la morte di 135mila persone. Chiuso in una cella frigorifera insieme ad alcuni camerati, lo scrittore sopravvive, e la sua drammatica esperienza verrà ricostruita in versione fantascientifica nel romanzo più famoso, Mattatoio n. 5, pubblicato nel 1969. Dopo la guerra, tornato in America si iscrive al dottorato in antropologia dell’Università di Chicago, ma la sua tesi verrà rifiutata. Nel 1951 decide di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, e nel 1952 pubblica Piano meccanico, il suo primo romanzo.

Piano meccanico si svolge in un futuro ormai prossimo e in un’America post bellica che, in seguito ad un globale e popolare richiamo alle armi, è stata costretta per un lungo periodo a fare a meno della manodopera, affidando tutta l’economia produttiva esclusivamente alle macchine ed a un piccolo gruppo di scienziati, manager e tecnici. A causa di questa strana evoluzione, terminata la guerra, tutta quella parte della popolazione dotata di un quoziente d’intelligenza troppo basso per svolgere altre attività oltre al lavoro manuale, si ritrova, con angoscia, ad essere divenuta completamente inutile e insignificante nei confronti di uno stato paurosamente industrializzato. Confinati in una sorta di ghetto, e gratificati da pochi comfort standardizzati, i cittadini americani di media estrazione sociale e culturale vivono una vita priva di senso e di ideali, tenuti lontani dalle fabbriche automatizzate, difese come fortezze, e dagli alti dirigenti che vi regnano sovrani, condannati a divenire i rottami dell’umanità, un materiale inutilizzabile dal quale nessuno si attende un gesto di ribellione. La scintilla della rivolta avviene, infatti, in Paul Proteus, genio delle macchine, prezioso professionista di Ilium, una città industriale dello stato di New York. Invitato dai suoi capi ad infiltrarsi tra i membri di un’assurda setta rivoluzionaria, Paul sfugge al controllo e si trasforma nel capo della rivoluzione. Guidati dal suo genio i cittadini insorgono, gettandosi contro quel nemico che, ai loro occhi, è rappresentato dalle macchine. Ma, con delusione di Paul e del popolo, scopriranno che le loro mire erano errate: il mondo, compresi i ribelli, ha bisogno delle macchine. I veri nemici, erano i tecnocrati, coloro che muovevano i fili della meccanizzazione, e i rivoluzionari vengono sconfitti dalla loro stessa ideologia, scoprendo che neanche loro potrebbero rinunciare o fare a meno della tecnologia e soprattutto che l’uomo, prima di cambiare il mondo, deve dimostrarsi capace di cambiare sè stesso.

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