Ripristinando antichi amori

di Yehoshua Kenaz (Mondadori)

Ora che non parlo e non riesco a muovermi, è probabile che abbia anche meno possibilità di fare sbagli, perché meno partecipo a quello che mi succede, più mi sento prossimo alla mia vera essenza.

Yehoshua Kenaz, nato nel 1937, intellettuale dai raffinati riflessi psicologici, scrittore e traduttore di classici francesi in ebraico, è noto nel nostro paese, anche se purtroppo secondo me non abbastanza, per il suo splendido Voci di muto amore, edito nel 1994, un romanzo in cui, con delicata eleganza, si percepiscono la malinconia e la crudeltà, la rassegnata indifferenza e la passione soffocata, il desiderio e l’incomprensibile violenza della vita, ripresa giorno per giorno nel lento degrado del suo declino. La sua scrittura è nitida, essenziale, tranquilla, e, forse proprio per questo, fortemente suggestiva. I suoi personaggi sono semplici e comuni in apparenza, ma disvelano, nel loro agire talvolta quasi insignificante e talvolta imprevedibile, la tragica follia del vivere.

In questo romanzo, la normale casualità della vita segue un ritmo dapprima grottesco, per divenire nel corso delle pagine sempre più drammatico, alternando episodi la cui evoluzione delude i personaggi stessi, fino ad un inatteso e sconvolgente finale. Le vite dei protagonisti seguono percorsi quasi completamente distaccati, sfiorandosi ed incrociandosi solo a tratti, le loro sono esistenze nascondono disillusioni, sogni infranti, tristezza, persino squallore.

Gli scenari predominanti del romanzo sono due. Il primo è un condominio metropolitano, caduto in un degrado stentatamente combattuto dall’anziano presidente d’assemblea immigrato polacco Arieh Schwarz, dove si svolgono le storie di Gabi, donna giovane e attraente, legata ad un uomo tanto misterioso quanto egoista con una relazione ambigua e umiliante, di Abiram, un agente immobiliare solitario, insoddisfatto, frustrato e assurdamente innamorato di Gabi, e di una coppia pittoresca e chiassosa, impegnata a trasformare un fangoso seminterrato in un’abitazione. Parallelamente alle loro avventure, si sviluppa quella dell’unico io narrante, del romanzo, un uomo non meglio definito, sicuramente anziano ma di età e fattezze imprecisate, condannato ad un’infermità totale ed assistito da una dolce e timida filippina e dal compagno di lei. Lucide e spietate, le riflessioni dell’infermo assumono un forte tono di critica e introspezione, analizzando con una chiarezza quasi crudele gli atteggiamenti subdoli, a volte meschini, della società. Ambiguità, ipocrisia, prevaricazione, piccoli giochi di potere, incatenano i personaggi privi di libertà e di fantasia a causa delle loro stesse inibizioni, o chiusi nella ristrettezza dei conflitti generazionali, come accade ad Ezra, padre di Eyal ed irriducibile patriota, che vede decadere ogni aspettativa riposta nel figlio, disertore dall’esercito e totalmente indifferente agli ideali della sua terra. Il romanzo si sviluppa in apparenza senza colpi di scena, ma la tensione e l’angoscia sono percepibili in ogni parola e in ogni azione, in un crescendo irrefrenabile, che non cessa neanche al termine della lettura, un effetto voluto e dovuto proprio alla mancanza di un vero finale. Un capolavoro, indubbiamente, questo Ripristinando antichi amori, il cui titolo è una brevissima storia nella storia, udita da Gabi durante un tragitto in autobus, e caduta quasi per caso tra le pagine.

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