Il complotto contro l’America

di Philip Roth (Einaudi)

Nato nel 1933 a Newark da una famiglia di origine ebraica, Philip Roth è uno dei più grandi scrittori contemporanei, e tra i migliori americani in assoluto, insieme, forse, a mio parere, ad altri due o tre, come Faulkner e Bellow. Ha ricevuto un’infinità di riconoscimenti, ed è uno dei pochissimi viventi la cui opera venga pubblicata dalla Library of America. Dopo aver esordito nella letteratura con una serie di racconti, Philip Roth presenta al pubblico il suo capolavoro, Il lamento di Portnoy, confessione tragica e comica al contempo recitata dal protagonista, Alexander Portnoy in un ossessivo monologo prodotto sul lettino di psicanalisi, ed in preda ad una labirintica serie di nevrosi a sfondo sessuale e senza via di uscita. Philip Roth affascina e cattura per l’ironia raffinatissima e profonda del suo scritto, in cui compaiono i temi della sua cultura personale, dalla psicanalisi, al laicismo ebraico, ad una visione satirica, quasi allucinata, della contemporaneità. Anche se non ne ha certo bisogno, noi attendiamo sempre di vedere il suo nome nell’elenco dei Nobel.

Immaginiamo di essere nel 1940, e, mentre in Europa Hitler soddisfa la sua brama di conquistatore e di folle, immaginiamo che negli Stati Uniti non sia Franklin Delano Roosvelt a vincere le presidenziali, ma Charles A. Lindbergh, l’aviatore solitario, il principe delle nuvole, che attraversa i cieli a bordo del suo inarrestabile e magico Spirit of St. Luis. Personaggio attraente ed enigmatico, egli si rivolge con simpatia alla politica sterminatrice di Hitler, fino a convincersi che, nonostante i suoi difetti, il dittatore tedesco potrebbe essere il padrone del mondo ideale, e a dare inizio ad una sempre più probabile alleanza con il regno nazista. Questo è il tema principale de Il complotto contro l’America.

Le conseguenze sono ovvie, e, raccontate in prima persona da Philip Roth in forma autobiografica, sotto forma di memorie d’infanzia del secondogenito di una pittoresca famiglia di ebrei americani, assumono i colori ora della fantasia, ora dell’incubo, ora della commedia, in un succedersi di eventi drammatici, divertenti e grotteschi che svelano i dettagli più sfuggenti della società americana post depressione, i piccoli tentativi di prevaricazione all’interno di gruppi e comunità, l’incoerenza e l’opportunismo di personaggi in cerca di audience e di successo a buon mercato. Incastrando magistralmente eventi storici ad elaborazioni creative, Philip Roth inventa un mondo americano in cui l’opprimente politica filonazista del governo, presente nell’aria ma impossibilitata a dichiararsi apertamente come avviene in Europa, inventa sottili strategie, subdoli giochi di potere, ambigue innovazioni, per attuare repressioni razziali, culturali e politiche proprie dell’ideologia nazista, ma soprattutto per indurre alla disarmonia, allo scontro ed alla violenza, i cittadini stessi.

Mirabile esempio di thriller politico e storico, che paradossalmente avrebbe potuto verificarsi, il romanzo termina con un colpo di scena, in cui il complotto verrà svelato, non prima di aver causato sufficienti danni e vittime, raccontato, tra gaiezza e malinconia, da un Philip bambino che, fortunatamente, non ha avuto veramente modo di vivere una storia simile tra le sue esperienze. L’opera, a chiarimento sia del vero che del possibile, riporta notizie e riferimenti storici su ogni personaggio reale citato, regalandoci la consapevolezza che il peggio può sempre accadere, soprattutto quando sono in gioco le sorti del mondo.

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