Il pogrom

di Adam Michnik
(Bollati Boringhieri)

Kielce è una cittadina polacca situata nella zona sudorientale del paese e sorta intorno al 1200, attivo centro commerciale ed attuale sede di un’importante fiera. Pochi giorni dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, venne occupata dai tedeschi che vi attuarono immediatamente le leggi razziali e le persecuzioni contro la popolazione di cultura ebraica, comprendente all’epoca circa 24mila persone. Nel 1941 i tedeschi istituirono a Kielce un ghetto e, dopo avere eliminato tutti gli internati inabili al lavoro, diedero inizio nel 1942 alle deportazioni. Quasi tutti gli abitanti del ghetto furono inviati a Treblinka, i pochi rimasti, impiegati nei lavori forzati, vennero successivamente deportati a Buchenwald e ad Auschwitz. Dei cittadini ebrei di Kielce, quando l’esercito sovietico liberò la cittadina nel 1945, ne erano rimasti soltanto due. In seguito, circa 150 ritornarono dalla deportazione, e si riunirono in un edificio di proprietà della comunità ebraica locale. Nel luglio del 1946, un anno dopo la guerra e dopo la Shoah, queste poche decine di superstiti subirono un violentissimo pogrom, forse non numericamente eccezionale in confronto ad altri episodi, ma sconvolgente proprio per essere avvenuto a breve distanza dallo sterminio nazista, abbattendosi su quanti erano riusciti a sopravvivere. Mossi dal sospetto, del tutto infondato, che il piccolo gruppo di ebrei avesse sequestrato e tenuto prigioniero un ragazzino, Henryk Biaszczyk, con l’intento di sopprimerlo a scopo rituale, credenza piuttosto diffusa dall’epoca medievale e spesso causa di persecuzione, gli inferociti cittadini di Kielce assalirono i sopravvissuti all’Olocausto provocando la morte di 42 persone, il ferimento di una cinquantina, e un infernale crescendo di sanguinosa violenza e di follia che soggiogò la città per parecchie ore, addirittura con l’appoggio dell’esercito e della polizia. Per essere chiari: se è vero che a Kielce vi erano individui cruenti e assetati di sangue, indubbiamente non erano ebrei. Esauritasi la furia omicida, tra i capi dell’aggressione sette ne furono condannati a morte, ma nessuno tra gli ebrei ancora vivi rimase a Kielce.

Lo storico polacco Adam Michnik, attraverso documenti recentemente resi pubblici negli Stati Uniti, ha ricostruito in questo testo il meccanismo e le reazioni all’evento, il peggiore avvenuto in Europa dopo la guerra, che provocò un’enorme migrazione dalla Polonia dei sopravvissuti all’Olocausto. Presentato recentemente a Milano, nella Giornata della Memoria 2007, il libro di Michnik tiene conto di ogni sfaccettatura della tragedia, dalle subdole manovre politiche retrostanti, al ruolo non omogeneo dei rappresentanti della Chiesa cristiana, a quell'”egoismo del dolore” che spesso incatena ed opprime le vittime rendendole quasi indifferenti all’ingiustizia, alla miseria dilagante nel dopoguerra polacco che rendeva accettabile ogni compromesso. Stupefacente, e spaventosa, la testimonianza di Henryk Biaszczyk, ripreso in un’intervista realizzata da uno scrittore polacco poco prima della sua morte, avvenuta nel 1996. Con l’angoscia di chi si sente responsabile di una strage, ma trattenuto a lungo dalla paura e dalle minacce ricevute, per 50 anni egli non aveva mai trovato il coraggio di dichiarare il vero, e nel filmato racconta, finalmente, la terribile esperienza subita: segregato dalla polizia segreta, ed obbligato dietro minaccia a dover ammettere un sequestro di matrice ebraica mai avvenuto realmente. Sembrerebbe quasi impossibile che la natura umana arrivi a questi infimi livelli, soprattutto dopo un immane esempio di follia come l’ideologia nazista.

Adam Michnik, storico e giornalista, è stato uno dei protagonisti del dissenso polacco, fondatore e direttore del maggiore quotidiano di Varsavia, Gazeta Wyborcza. Ha pubblicato libri e saggi tradotti in diverse lingue, i suoi articoli di commento si leggono spesso su Repubblica e MicroMega.

Advertisements

Comments are closed.