Kaddish per il bambino mai nato

di Imre Kertész (Feltrinelli)

Imre Kertész, premio Nobel per la letteratura nel 2002, nasce nel 1929 a Budapest e, appena quindicenne, diviene testimone e protagonista di uno dei periodi più cruenti ed assurdi della storia del Novecento, vivendo in prima persona l’incomprensibile dramma della deportazione, e, in qualche modo, sopravvivendo ad esso. Rinchiuso prima ad Auschwitz, e successivamente a Buchenwald, dove verrà liberato nel 1945, egli rievoca la tragedia vissuta con una limpidezza straordinaria, dal ritmo talvolta poetico, nel romanzo Essere senza destino, dove l’impatto emotivo dell’esperienza sconvolgente assume quell’atmosfera d’incanto propria dello sguardo di un giovane, tingendosi in questo modo di toni ancora più forti e drammatici. Ritornato in Ungheria nel 1948, Imre Kertész lavora come giornalista fino al 1951, quando il quotidiano per cui scrive, divenuto organo del partito comunista, lo licenzia, Inizia allora a scrivere romanzi e pezzi di teatro, oltre a tradurre grandi nomi della letteratura e della filosofia come Freud, Wittgenstein, Nietzsche, Canetti. Essere senza destino, che ha richiesto dieci anni di lavoro, viene pubblicato solo nel 1975, e mai riconosciuto prima del crollo del muro di Berlino.

Ma sembra che non sia possibile scansare le spiegazioni, spieghiamo e diamo sempre delle spiegazioni, esige da noi delle spiegazioni la vita stessa, questo complesso di fenomeni e di sensazioni inspiegabili, esige delle spiegazioni il nostro ambiente, e infine anche noi esigiamo delle spiegazioni da noi stessi, finché non ci riesce di annientare tutto intorno a noi, anche noi stessi, vale a dire che straspieghiamo, spiego al filosofo con quella coazione a parlare, per me così stomachevole ma invincibile, che mi assale sempre quando non ho nulla da dire e che ritengo abbia le stesse radici delle mie mance ripartite lautamente nelle trattorie, nei taxi, e del momento di corrompere persone ufficiali o, meglio, ufficiose ecc., le stesse radici, inoltre, della mia cortesia esagerata, esagerata fino all’autoresa, come se implorassi ininterrottamente per la mia esistenza, per questa esistenza. Dio mio.

Il Kaddish è una preghiera propria del culto ebraico e dedicata ai defunti, relativamente breve, generalmente recitata in lingua aramaica e di origini non del tutto precisate. Non si tratta di una preghiera di suffragio, come si potrebbe ritenere, ma di una sorta di pubblico riconoscimento e di lode, un modo, in un certo senso, di rendere omaggio a qualcuno attraverso il dialogo con Dio. Nelle travolgenti pagine di Kertész, questa struggente preghiera prende forma e spirito, e, agitandosi, si anima dell’ansia, dell’angoscia e del terrore di chi è passato attraverso un’esperienza moralmente inaccettabile e fisicamente estrema, e che, miracolosamente, non è morto, ma non è mai tornato veramente a vivere. La reazione si scatena, irrefrenabile, nel momento in cui il filosofo Oblath si rivolge all’io narrante del romanzo, uno scrittore e traduttore la cui storia riflette il vissuto di Kertész, chiedendogli, con un’ingenua domanda da filosofo se, forse, egli ha un figlio. Inavvertitamente, egli rammenta allo scrittore come la stessa domanda, in modo implicito e da un altro punto di vista, gli era stata rivolta anni prima dalla ex moglie, e la sua risposta, un no gridato forse più al mondo intero che a sè stesso, si trasforma in preghiera, o meglio, in un grido di preghiera, di amore e di disperazione, prova tangibile di tutta quella sofferta forza del suo essere e del suo, malgrado tutto, esistere: la lotta di chi continua a vivere a dispetto dell’orrore della Storia. Fortissima la tensione emotiva creata dal ritmo intenso, serrato, scandito dal ripetersi quasi ossessivo dei celebri versi della Todesfuge di Paul Celan, dein goldenes Haar, Margarete, dein aschenes Haar, Sulamith.

L’adattamento teatrale dell’opera di Imre Kertész viene proposto da Ruggero Cara e Vincenzo Todesco e interpretato da Ruggero Cara al Teatro Franco Parenti di Milano, dall’1 all’11 febbraio 2007 alle ore 21 e domenica alle ore 16.30, alla Sala Pirelli nella sede temporanea di Via Tertulliano.

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2 responses to “Kaddish per il bambino mai nato

  1. I have read the book – Kertesz is one of my favorites writers, but I cannot imagine it made into a theatre play, unless played by brilliant actors. Have you seen the play?

  2. Thanks to come to see me!Kertesz’s Kaddish it’s not a play, it’s a soliloquy. There’s one actor alone on stage, repeating Kertesz words with a great pathos.