Il vizio assurdo

di Davide Lajolo (Nuova Cultura)

Davide Lajolo, scrittore piemontese, è un personaggio insolito, dalla storia avventurosa e romantica e dallo spirito libero e battagliero, quasi fosse egli stesso il protagonista di un romanzo. Nato in una famiglia contadina di Vinchio nel 1912, nella stagione del grano biondo, si orienta verso gli studi classici, partecipa alla guerra di Spagna, e si lascia trascinare dal fascino illusorio del regime fascista. Inizia a scrivere sul Corriere di Ancona, poi parte per la guerra di Grecia e di Albania, dove continua a scrivere, dedicandosi soprattutto alla composizione di liriche celebrative verso i compagni caduti. Nel 1943, tornato a Vinchio, prende la decisione che darà la svolta totale alla sua vita, abbandonando definitivamente il fascismo ed organizzando la resistenza partigiana sulle colline piemontesi, che condurrà assumendo il nome di battaglia di Ulisse. Narrerà in seguito questa sua inversione di marcia nel suo famoso romanzo Il voltagabbana, pubblicato nel 1963. Successivamente, prosegue l’attività di scrittore e giornalista, parallela alla carriera politica nel partito comuista, e negli anni ’60 pubblica la celebre biografia di Cesare Pavese Il vizio assurdo. La sua esistenza intensa, quasi leggendaria, si conclude nel 1984.

Il vizio assurdo viene pubblicato nel 1960, pochi anni dopo la morte di Cesare Pavese, da Il Saggiatore, e tradotto in diverse lingue. Questo vizio assurdo, di cui Davide parla, è il suicidio, quell’incombere inesorabile e spaventoso della morta che ha accompagnato uno dei massimi scrittori e intellettuali del Novecento italiano per tutta la sua vita. La sua storia, narrata e scritta da Davide con la pazienza di un ricercatore storico e la commovente partecipazione di un amico, è il risultato finale di una magnifica opera non solo biografica, ma anche, e soprattutto, tracciata con la linea profonda del sentimento, della sensibilità, della confidenza che lo legava a Pavese, e che gli ha consentito la stesura di un racconto dove prevale la figura dell’uomo, senza essere adombrata da quella del letterato disperato e inquieto. Ricostruendo la vita di Pavese con le testimonianze e i ricordi della loro amicizia, umana e intellettuale, Davide offre un ritratto sorprendente e poco noto dello scrittore piemontese, arricchito da alcuni suoi scritti inediti, lettere e poesie giovanili, una figura molto differente da quella che Pavese stesso aveva voluto tracciare di sè nel suo diario Il mestiere di vivere. Nella visione di Davide Lajolo Pavese non è descritto come un soccombente, distrutto dai fallimenti e dalle delusioni, ma prevale invece la sua storia di uomo difficile e ombroso ma fortemente intellettuale, deciso, attivo politicamente, spesso colpito dalle critiche del mondo letterario torinese, e legato indissolubilmente alla sua terra, le Langhe, luogo vero e magico al contempo, da cui sono nate le sue opere più belle, parole e versi colmi di una passione travolgente, di una sensualità quasi sacra. Un ritratto dipinto con i colori dell’anima, che soltanto Ulisse, l’irriducibile combattente della Resistenza, avrebbe potuto realizzare.

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