La strada che va in città

in  Cinque romanzi brevi
e altri racconti
di Natalia Ginzburg (Einaudi)

Pochi giorni dopo lasciai l’ospedale, ed entrai nella mia nuova casa. E cominciò per me un’altra vita, una vita dove non c’era più il Nini, che era morto, e non dovevo pensarci perché non serviva, e dove c’era invece il bambino, Giulio, la casa coi nuovi mobili e le tende e le lampade, la serva che aveva scovato mia suocera, e mia suocera che veniva ogni tanto.

Natalia, figlia del biologo e professore universitario triestino Giuseppe Levi, nasce a Palermo nel 1916. Successivamente la famiglia si trasferisce a Torino, dove ella inizia a pubblicare i primi racconti. Nel 1938 sposa Leone Ginzburg, intellettuale torinese nativo di Odessa, simbolico nome della casa editrice Einaudi fin dalla sua fondazione. Nel 1940 Natalia segue il marito, confinato in Abruzzo per l’attività politica clandestina opposta al regime fascista, e nel 1942 pubblica il suo primo romanzo breve, La strada che va in città. Nel novembre 1943, Leone viene arrestato, in quanto antifascista, emigrato russo ed ebreo, e trasferito nel reparto tedesco di Regina Coeli, dove morirà pochi mesi dopo, in seguito alle sevizie subite: a Natalia, che non avrà più modo di rivederlo vivo, resteranno i loro tre figli, Carlo, Andrea ed Alessandra. Muore nel 1991, dopo aver proseguito il lavoro di redattore per Einaudi. Tra i suoi scritti più famosi, il romanzo autobiografico Lessico famigliare, Premio Strega nel 1963.

Questa piccola antologia di racconti e romanzi brevi, opere giovanili della grande scrittrice, viene pubblicata nel 1964, e ristampata solo recentemente da Einaudi. Tra gli altri, compare nella raccolta il racconto Estate, breve, delicato e malinconico, pubblicato in precedenza solo su di una rivista. La strada che va in città è il primo “vero” lavoro letterario di Natalia, elaborato con una scrittura acuta, immediata e trasparente, acerba e dolce al contempo: quello stile fresco e nitido che diverrà il segno di riconoscimento dell’autrice di Lessico famigliare. Con i colori lievemente selvaggi della giovinezza, e un vago realismo che rammenta la campagna di Cesare Pavese, Natalia racconta con un alternarsi di emozioni e sentimenti, di luci e di ombre, la storia di Delia, le sue fughe verso la città, i contrasti con la famiglia, le amicizie, e la gravidanza, in cui ella si ritrova infine prigioniera, quasi senza viverla direttamente, e raggiungendo, passo dopo passo, un finale tragico e disincantato, con in un ritmo narrativo rapido e inesorabile, specchio del titolo scelto in origine dalla scrittrice, Storia senza destino. Un titolo perfetto per un racconto ch’ella aveva scritto per essere un po’ meno infelice.

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