Racconti in palmo di mano

di Yasunari Kawabata (Marsilio)

Venne una lettera dal marito che non l’aveva più voluta e se n’era andato. Venne dopo due anni, da terre lontane. “Non far giocare la bambina con la palla di gomma. Mi arriva il rumore. Quel rumore mi percuote il cuore.”

Nato a Osaka nel 1899, Yasunari Kawabata è il primo autore giapponese ad essere insignito del Premio Nobel per la letteratura, che riceverà nel 1968 accompagnandosi con un celebre discorso di forte intensità poetica sul tema della bellezza, entità spesso ricorrente nella sua opera narrativa. Legato alla tradizione letteraria classica del suo paese, sperimenta comunque l’innovazione della modernità e l’apertura verso l’Occidente, dove diviene uno degli autori più noti dell’estremo oriente soprattutto in merito a romanzi come Il paese delle nevi, La casa delle belle addormentate o Il suono della montagna, diffusi anche tra i lettori italiani. E’ tra i primi a riconoscere e ad apprezzare l’eccezionale genio letterario di Yukio Mishima, del quale seguirà la sorte del suicidio con cui terminerà la sua vita nel 1972.

Per quanto autore di romanzi colmi di tensione emotiva e di nostalgica poesia, Kawabata dimostra, fin dall’esordio della sua carriera di prediligere il racconto nella sua forma breve ed immediata, vero e rarissimo capolavoro di finezza linguistica e intellettuale, in cui il gioco espressivo si muove in equilibrio tra la limpidezza del linguaggio e il complesso sfondo psicologico, rivelando una realtà inattesa e soprendente. I Racconti in palmo di mano, che accompagnano l’intera vita letteraria del grande scrittore giapponese, rivelano la maestria indispensabile nella stesura del racconto brevissimo, tanto essenziale quanto acuto, privo di inutili divagazioni ma preciso nei tratti rivelatori, simile ad una miniatura eseguita a pennello. Per quanto breve, la narrazione non manca di tutti quegli elementi propri del romanzo, dalla forma all’introspezione, la cui dimensione ridotta rende ancora più nitidi e definiti. La raccolta, nell’edizione italiana, viene presentata in successione cronologica, e suddivisa in quattro parti, Suggestioni e artifici (1926), La mia galleria (1930), L’album degli schizzi (1939) e Un’erba, un fiore (1948), tra i quali sono talvolta riconoscibili scene e ambienti che ricompariranno nei romanzi. Come accade in tutta l’opera letteraria di Kawabata, anche in questi racconti brevissimi è sempre presente il vago e indefinibile senso di malinconia, la fugacità dei sentimenti, la percezione elevata della bellezza, frammisti a qualche rara nota di ironia e, frequentemente, viene a mancare una chiusura vera e propria del racconto, ma permane una sorta di riflessione sospesa nell’aria, di visione improvvisa in cui il significato muta, assecondando lo stato d’animo. Leggere queste righe è come attraversare una galleria di scatti fotografici, in cui luci, ombre, sorrisi e lacrime si susseguono, colti nei loro istanti più profondi e irripetibili.

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