La civetta cieca

di Sadeq Hedayat (Feltrinelli)

Non è forse la vita dal principio alla fine, una storia assurda, un aneddoto inverosimile e stupido?

Nell’aprile del 1951, sui giornali di Parigi appare una notizia di cronaca: in un appartamento di rue Championnet un uomo di nazionalità persiana, Sadeq Hedayat, si è dato la morte aprendo il rubinetto del gas. In realtà, si tratta del fondatore della letteratura persiana moderna, protagonista di una rivoluzione culturale paragonabile alla Pléiade e al romanticismo francese. In Europa viene quasi ignorato fino alla pubblicazione, avvenuta in Francia, di una sua opera allucinante, La civetta cieca, tradotta da Roger Lescot, che lo eleva tra gli autore più rappresentativi del Novecento. Nato a Teheran nel 1903, Hedayat si appassiona fin da giovane alla letteratura francese e alle scienze occulte, funzionario di banca, abbandona la carriera per dedicarsi allo studio del Pahlavi, l’antica lingua della Persia, e trascorre diversi anni in India, dove subisce l’influsso dell’induismo e scrive alcuni dei suoi racconti più belli. Amato e odiato, disdegna gli uomini, ama gli animali, vive nell’angoscia e nella solitudine, in un isolamento spesso rivissuto dai protagonisti dei suoi racconti. Stanco e deluso della propria vita, si difende da essa con l’oblio dell’oppio, fino al giorno in cui viene ritrovato morto accanto ai propri manoscritti bruciati. Oltre a La civetta cieca, lascia una serie di racconti, tre opere teatrali, alcuni saggi sulla cultura persiana e studi sul poeta Omar Khayyam e su Kafka, che ispirò spesso la sua scrittura.

Intrisa di visioni spaventose e allucinanti, di incubi e di un pessimismo morboso e persecutorio, La civetta cieca è apparsa a Teheran solo nel 1941. Romanzo eccezionale e fantastico, si svolge seguendo un complicato intreccio a cerchi concentrici, ricco di forza poetica e di tensione emotiva e popolato di scene e personaggi allucinanti, probabilmente causate dagli effetti di una forte intossicazione da oppio, ma ritratte con una maestria narrativa intensa, inarrestabile e travolgente. La disperata storia del vecchio, della fanciulla e dei fiori di convolvolo, ripresi continuamente in un incessante alternarsi tra realtà e rappresentazione, tra passato e presente, tra morte e fantasia, e raccontata da un io narrante prigioniero di sè stesso e degli ambigui giochi del destino, assume le affascinanti e suggestive sfumature del sogno e della visione, elevandosi oltre il senso di vuoto e di solitudine, temi fissi e ricorrenti in tutta l’opera letteraria di Hedayat. Una scrittura indubbiamente colma di disperazione, ma il cui valore poetico ha concesso di divenire un classico del nostro tempo.

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