Il libro del buio

di Tahar Ben Jelloun (Einaudi)

Il 10 luglio 1971, a Skhirate, in Marocco, un commando militare tenta un colpo di stato irrompendo nella residenza estiva del re. Ma l’azione fallisce, e i soldati che ne avevano presa parte subiscono una condanna peggiore della morte, che ha il nome di Tazmamart. Tazmamart è un carcere, se è concessa questa definizione ad un luogo in cui i detenuti vengono sepolti vivi, murati in celle immerse nel buio insondabile e in una privazione totale in cui l’esistenza perde ogni suo significato concreto e si riduce a pura emozione, ossessione, sogno e voce. Ed è una voce l’io narrante del romanzo, nel quale il grande scrittore marocchino Tahar Beh Jelloun, attraverso la testimonianza di un sopravvissuto, rivive e racconta la terrificante tragedia vissuta da questi uomini costretti ad un’esistenza puramente interiore, dove l’intangibile prende forma e lentamente sostituisce il senso del reale. Dalla disperazione iniziale, giorno dopo giorno, nei sepolti vivi si materializza l’istinto di sopravvivenza che li porta a ritrovare, nelle tenebre, i gesti della vita quotidiana, e, parallelamente, ad iniziare un percorso interiore amplificato da quell’assenza di dimensioni propria del buio, in cui la fantasia sfiora una sorta di estasi ascetica. Accanto alla voce di Salim, narratore instancabile, che ogni sera, nei 18 anni di reclusione, racconta ai compagni le storie dei libri e dei film che riemergono nella sua memoria, si affiancano quelle dei compagni di prigionia, capaci in questo modo di costruirsi un’identità anche nell’isolamento assoluto: chi è capace di contare il tempo e di dichiarare ora e data con precisione, chi finge di cucinare ogni giorno qualcosa di diverso, chi recita il Corano, chi si lascia andare a rabbia e imprecazioni, chi impara a curare e guarire i morsi velenosi degli scorpioni. La loro è comunque una condanna a morte, sia pure a lunga scadenza, e nel corso degli anni gli uomini cadono, avvelenati dagli scarafaggi, uccisi dalla denutrizione, dall’inedia, dalla pazzia, e queste morti, paradossalmente, sono le uniche occasioni per i vivi di rivedere la luce nel breve momento della sepoltura. Un inferno che finirà materialmente nel 1991, quando, con l’intervento di Amnesty International, Tazmamart viene liberata e distrutta, ma che non finirà mai veramente per gli unici quattro supersiti, cancellati da un mondo divenuto ormai estraneo ai loro stessi occhi, come se fossero riemersi da una tomba. Un romanzo vero e toccante, in cui la scrittura poetica di Ben Jelloun raggiunge altissimi livelli emozionali, sfiorando il mistero della sopravvivenza e della profondità della vita umana.

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