Vero all’alba

di Ernest Hemingway (Mondadori)

Ritorna spesso tra i miei pensieri questo grande romanzo appassionante e contemporaneamente diario intimo, toccante e sensuale: da ogni parola di quest’opera sembrano trasparire le più differenti sfaccettature della poliedrica personalità dello scrittore dell’Illnois, premio Nobel con lo straordinario Il vecchio e il mare, fulcro della letteratura mondiale, che pose in atto la decisione di terminare la propria vita nell’estate del 1961, con un colpo di fucile. Dall’esperto cacciatore, innamorato delle sterminate distese verdi e dell’immensità dei cieli africani, al cronista di guerra, disincantato, sottile e cruento, all’amante passionale e romantico, lo scrittore sembra volersi rivelare in una sorta di confessione per simboli ed immagini, attraverso le continue descrizioni precise ed elevate ad un tempo, che compongono la trama di Vero all’alba, questo romanzo abbandonato nel 1956 dall’autore e poi ripreso poco prima di darsi la morte. Tema principale, la splendida terra d’Africa e la caccia, e in particolare una battuta di caccia al leone organizzata dal predatore Hemingway in compagnia della quarta moglie Mary, creatura ingenua e affascinante, dalla cui soave dolcezza pare essere soprattutto egli attratto, assumendo toni di tenero romanticismo ben diversi dal corteggiamento selvaggio che viene riservato a Debba, splendida e giovane africana wakamba, convinta di aver conquistato il cuore oltre al corpo del grande cacciatore bianco. La rivolta delle tribù locali rende difficoltosa la permanenza dei bianchi in Africa, e per la battuta di caccia viene concesso loro soltanto un breve periodo in cui dimostrare, senza fallire, la forza di entrambi nella conquista: il leone per Mary, che lei dichiara di non odiare ma di dover uccidere, e la donna africana e ribelle per Ernest. Il romanzo, rimasto incompiuto, dall’originario titolo di Diario africano e pubblicato in parte da Mary sulla rivista Sport Illustrated dieci anni dopo la morte dello scrittore, è stato ripreso da Patrick, figlio della seconda moglie di Hemingway, che ne ha curata l’edizione definitiva. Una scrittura dal ritmo intenso, travolgente, in cui l’Africa si rivela in tutto il suo spirito di fascino, di mistero e di violenza, ma dove aleggia, continua e incessante, una lieve, dolce e tenace malinconia. Comunque, splendido.

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