Alla cieca

di Claudio Magris (Garzanti)

Forse più di altri, questo romanzo di Claudio Magris, incanta e sorprende, cattura e travolge. Le scene si succedono, incatenate l’una all’altra, Londra, l’Islanda, la Dalmazia, la Tasmania, e il mare, immancabile, sogno e incubo di una libertà sofferta e sempre troppo distante. La voce narrante, Salvatore Cippico, comunista italiano imprigionato dal regime di Tito e internato in un campo di lavoro, si sdoppia e si moltiplica, retrocede nel tempo e prende le sembianze di Jorgen Jorgensen, avventuriero ottocentesco divenuto re d’Islanda e condannato ai lavori forzati in un’isola sperduta, per poi passare la parola ai molti prigionieri e vittime della violenza e dell’ingiustizia, marinai, clandestini, partigiani, guerriglieri, a chiunque sia rinchiuso o perseguitato. Fino al momento in cui diviene impossibile definire con esattezza l’identità di un protagonista e il romanzo diviene un coro di personaggi diversi legati da un destino comune, e dalla presenza del mare. Chiuso in un manicomio, mentre rivela la sua storia ad un incredulo e ambiguo dottore, Salvatore Cippico confessa la sua attività antifascista, il suo attivismo come combattente nella guerra di Spagna, come militare in Jugoslavia e come partigiano, la deportazione a Dachau, l’utopia socialista, la rottura tra Tito e Stalin, la deportazione a Golj Otok, l’emigrazione in Australia. E ogni volta, alla violenza, alla repressione, si affiancano sogni distrutti, amori soffocati nel silenzio, momenti perduti per sempre. Confusi in un personaggio epico vissuto un secolo prima, e reincarnato in Cippico, i personaggi di Magris sono il simbolo degli orrori della storia e degli ideali di giustizia, sopravvissuti nel ricordo di un amore che ogni volta cambia nome. Un memoriale splendido, una confessione struggente, che scende nel profondo dell’anima, spezzandosi in un grido rivolto contro ogni ingiustizia. Claudio Magris, scrittore e germanista, nato a Trieste nel 1939, è uno dei più grandi saggisti del nostro tempo oltre che un geniale ed acuto studioso di letteratura mitteleuropea, erede della tradizione triestina dove si radica la sua infanzia e la sua gioventù, trascorsa in una città di frontiera plurietnica e multiculturale, in cui la storia e il futuro si confondono nel presente e tutto sembra essere rimasto immobile: l’impero degli Asbutgo, l’avvento del fascismo, gli anni della guerra, il nazionalismo, la saggezza dell’ebraismo mitteleuropeo, la poetica e selvaggia cultura slovena, le antiche tradizioni friulane… Oltre che a Trieste, lo scrittore è legato ad un’altra città “letteraria”, Torino, nella cui università insegna fino al 1978, prima di ritornare nel capoluogo friulano. La sua tesi di laurea, Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna è stata pubblicana nel 1963 da Einaudi.

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