Il libro ritrovato

di Simha Guterman (Einaudi)

Non è un libro di facile e comune reperibilità, ma se vi accadesse di trovarlo, non lasciatevelo sfuggire: si tratta di un eccezionale documento, oltre che di uno splendito testo letterario.

Un libro insolito e sorprendente, unico nel suo genere, diario, romanzo e saggio storico al contempo, scritto con una lucidità sconvolgente e un realismo immediato, frammentato da un’ironia cruda e grottesca. Il libro ritrovato è paragonabile, nel ritmo narrativo, a quelli che nei nostri tempi si definiscono warblog: diari di guerra redatti da chi la guerra la vive in prima persona, ora per ora.

Simha Guterman, all’epoca in cui realizza quest’opera, non è uno scrittore di professione, non è un romanziere, ma sceglie la via del romanzo per testimoniare la tragedia storica che sta vivendo, una tragedia che egli intuisce, fin dall’inizio, lunga e immane. Discendente di una famiglia chassidica, Simha nasce a Varsavia, ed in seguito si trasferisce a Plock. Nel 1942, in una Polonia frantumata dalla guerra, egli nasconde in una bottiglia lunghe strisce di carta dove ha scritta, temerariamente, in yiddish, l’allucinante storia di questa cittadina e del suo popolo oppresso, perseguitato e annientato, giorno dopo giorno, tra il 1939 e il 1941.

Cronista dallo sguardo limpido e dall’estrema razionalità, mantenuta intatta anche nel dramma che è costretto a sopportare, egli rivela con una nitidezza eccezionale il terrore che incatena la sua famiglie e la sua gente, le violenze e le torture subite, la disperazione e la pazzia generate dall’incubo della persecuzione, ma, equo fino all’ultimo, non nasconde le debolezze, le discriminazioni, i contrasti e le ingiustizie che, nonostante il momento critico, disgregano la cittadinanza e la comunità ebraica stessa.

Il racconto di Simha, dalle leggi razziali, alle prime deportazioni, alla resa di una Plock Judenrein, spogliata da ogni presenza ebraica, trasmette l’inquietudine della presa diretta, la trasparenza caustica ed essenziale delle sue parole dichiara un fortissimo senso di rivolta contro gli oppressori e non tace i subdoli errori e i compromessi delle vittime, ma, innanzitutto, stravolge il luogo comune che ritrae gli ebrei inerti e rassegnati di fronte ad un nemico inaffrontabile: la prova contraria è la sua stessa storia, la sua volontà di combattere e di resistere, anche con la scrittura là dove non erano utilizzabili le armi.

Simha partecipa attivamente alla resistenza popolare organizzata a Varsavia contro i nazisti, nell’agosto 1944, dove perde la vita. Chiuso sull’immagine dell’ultimo treno in partenza dal campo di internamento di Soldau, probabilmente nel 1941, il suo manoscritto viene ritrovato quasi casualmente dopo oltre 30 anni, e passa nelle mani e nelle parole del figlio Yakov, allora bambino, che, nella tanto ambita terra di Israele, vive un presente altrettanto angosciante e contrastato, in cui la vittima è il figlio di Yakov stesso, caduto nel 1982 nella contestata guerra tra Israele e Libano.

Advertisements

Comments are closed.